CRONACA
Se questo è un voto. "In Catalogna non vidi tutto questo contrasto sociale. Il Governo sbaglia a reagire con la violenza"
Il tecnico del Chiasso Guillermo Abascal Perez è spagnolo e segue da lontano gli avvenimenti del suo paese. "Mi dispiace per quanto sta succedendo. A mio avviso, comunque, sport e politica non si dovrebbero mescolare, e noi sportivi, esempi per i bambini, dobbiamo essere neutrali"
CHIASSO – Il 90% dei catalani ha votato a favore dell’indipendenza dalla Spagna. Il fine settimana è stato caratterizzato dalla immagini tremende che arrivavano dal paese iberico, con la Polizia che reprimeva a manganellate, prendendosela con chiunque volesse votare, compresi anziani e disabili: scene che hanno colpito tutti, rimandando indietro nel tempo, e facendo dire a qualcuno che la democrazia, se non è morta, ha sicuramente subito un duro colpo.

Anche gli spagnoli che si trovano in Ticino hanno vissuto con trepidazione e partecipazione quanto stava accadendo. Ne abbiamo parlato con l’allenatore del Chiasso, Guillermo Abascal Perez.

“Sono imparziale per quanto riguarda la scelta dei catalani. Sto vivendo da lontano quello che succede, sono stato in Catalogna per tre anni e devo dire di non aver notato quel conflitto sociale che si vede ora: mi dispiace per i catalani. Non si può comunque partecipare a una manifestazione illegale (come il referendum, ndr), però il Governo a mio avviso non doveva arrivare con la Polizia e usare la violenza come è successo”.

Per quanto concerne il suo pensiero personale sulla questione dell’indipendenza, non si vuole sbilanciare. Il clima, in effetti, è già caldo, e per Abascal vi sono dei capisaldi: “come persona di calcio non amo parlare di politica, ritengo che lo sport porta con sé dei valori diversi dalla politica, dunque non mi piace che la politica entri nello sport e nemmeno che lo sport approfitti del potere che ha sulla gente per fare politica”, afferma.

“A livello personale, come allenatore, non dico mai cosa penso a livello politico. Non lo deve fare neppure un presidente o un calciatore, siamo degli esempi per tanti bambini, che poi magari vedono la nostra opinione e vogliono seguirla. Non va fatta confusione fra gli ambiti, la politica e lo sport sono in due direzioni opposte, anche se la politica è nel calcio, qualcosa che mi fa male. Il calcio è un business, la gente paga, ma noi che ci siamo dentro non dobbiamo mostrare il nostro pensiero, solo lavorare per far divertire i tifosi, con un sentimento di squadra”. Un invito, velato, forse, a fare altrettanto ad altri attori del mondo sportivo.

Sport e politica vanno separati, uno sportivo deve celare dentro di sé quanto crede. Ma le immagini che arrivano dal suo paese, quella Spagna ormai divisa in due, con un’Europa che la giudica e la addita, non lo lasciano indifferente.

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