L'ECONOMIA CON AMALIA
Mirante: "L'idea di una recessione imminente oggi è quasi realtà"
Oltre a riportare i preoccupanti dati relativi all'inflazione in Italia, Germania e Inghilterra, l'economista torna sulla presunta 'favola del Canton Ticino': "Il PIL in Svizzera si è ridotto del 2,4%, quello ticinese del 5,2%..."

di Amalia Mirante*

La nostra informazione domenicale comincia con un uno sguardo dell'Economia con Amalia alla situazione internazionale e in particolare all'andamento dell'inflazione. Questa settimana i dati pubblicati mostrano purtroppo ancora una tendenza alla crescita.

L’indice dei prezzi al consumo in Italia segna un aumento dei prezzi nel mese di settembre all’8.9% rispetto a un anno fa. I dati relativi all’Eurozona sono ancora più  preoccupanti, +9.9%; addirittura quelli dell’Unione Europea hanno superato la soglia psicologica del 10% (+10.9%). Non va meglio nel Regno Unito: l’inflazione è arrivata al 10.1% e il problema non si ferma qui. L’indice dei prezzi alla produzione (il prezzo dei beni quando escono dalla fabbrica) è ancora salito e ha raggiunto il 15.9%. Questo significa che quando questi beni arriveranno sui nostri scaffali, i loro prezzi saranno più alti. E dati ancora più gravi arrivano dalla Germania, oramai in aperta crisi economica, dove l’indice dei prezzi alla produzione è salito rispetto a un anno fa del 45.8%.

Insomma, per il momento i prezzi non sembrano voler rallentare la loro corsa e probabilmente dovremo conviverci ancora per qualche mese. Tanto che la Banca Centrale degli Stati Uniti, la FED, non esclude di dover aumentare il tasso di interesse di riferimento di altri 0.75 punti percentuali nella sua riunione tra l'1 e il 2 novembre. E potrebbe non essere l'ultimo rialzo. In dicembre potrebbe replicare la stessa mossa. Questo porterebbe i tassi di riferimento tra il 4% e il 4.75%. Le mosse della Banca Centrale Europea (BCE), invece appaiono ancora una volta più caute e contenute, anche se hanno aumentato i tassi dello 0.75%. L’idea di una recessione imminente è oggi quasi realtà.
 
E realtà brusca è stata quella della prima ministra Liz Truss che solo dopo un mese e mezzo ha dato le dimissioni dal suo incarico. Qualche settimana fa avevamo discusso del suo ambizioso piano economico che prevedeva 'tagli fiscali come non si vedevano dagli anni Settanta'. In particolare proponeva la riduzione dell'aliquota fiscale del 5% per i redditi superiori alle 150 mila sterline all'anno (ca. 160 mila franchi), una leggera riduzione per quella delle classi meno benestanti (dal 20% al 19%), la cancellazione dell'aumento previsto per le società dal 19% al 25% come anche di quello già programmato per i contributi previdenziali a carico di datori di lavoro e lavoratori.

Sicuramente il piano appariva ambizioso, ma sulla carta non per forza sarebbe fallito: la teoria economica, ma anche la storia dimostra che qualche possibilità di successo c'era. E allora perché la prima ministra ha dovuto pagare un prezzo così alto? L'errore dell'ex prima ministra Liz Truss è stato quello di non cercare preventivamente l'appoggio politico del suo partito e della Banca Centrale d'Inghilterra (BoE) che avrebbe potuto sostenere la manovra con politiche monetarie complementari. Non a caso quando la sterlina ha iniziato a indebolirsi nessuno è intervenuto in suo soccorso, anzi.

Persino il Fondo Monetario Internazionale (FMI), di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, ha criticato la scelta britannica. A dire il vero, a noi, questo tipo di ingerenze nelle politiche nazionali non piace molto: il FMI internazionale, come le altre istituzioni "sovra-governative" tra le quali la Banca Mondiale, dovrebbero evitare ingerenze nelle scelte nazionali fintantoché non sono chiamate in causa. E anche in quel caso, quando danno "consigli obbligatori da seguire" dovrebbero tenere ben presenti gli errori commessi nel passato non tanto lontano. 

Prima ministra che va, prima ministra che viene. Proprio in questi giorni Giorgia Meloni ha giurato al Quirinale davanti al Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella diventando di fatto la prima donna Presidente del Consiglio. A lei le nostre congratulazioni vivissime per aver vinto le elezioni ed essere riuscita a portare anche l'Italia tra i Paesi che possono andar fieri di avere donne nelle cariche più importanti. Questo non significherà che la Presidente Meloni farà politiche in sostegno delle donne (come tutte noi vorremmo), ma niente toglie che è stata, è e sarà la prima donna premier in Italia. A lei gli auguri di trovare il giusto sostegno e le giuste politiche per consentire al suo paese di superare questi momenti particolarmente difficili.

E difficili sono ancora le cose per Credit Suisse. Fortunatamente la banca sta andando avanti e sta cercando di mettere in atto i piani per tornare a un buon livello di stabilità e sicurezza. Così leggiamo che questa settimana per evitare un aumento di capitale che consentirebbe un po' di ossigeno, ma causerebbe un'ulteriore riduzione del valore azionario, la banca ha venduta parte delle sue attività, in particolare partecipazioni a fondi speciali. Quello che capiterà in futuro non lo sappiamo anche se molti parlano della necessità di cedere una parte
importante delle sue attività, fatto che potrebbe comportare molti licenziamenti.

E di licenziamenti pesanti ha parlato Elon Musk, patrono di Tesla e prossimo proprietario di Twitter (dopo un tira e molla di cui abbiamo parlato anche noi negli scorsi mesi). Musk vorrebbe licenziare il 75% dei 7'5000 dipendenti di Twitter, ossia circa 5'600 persone. Un po' contraddittorio rispetto a quanto dichiarato quando aveva iniziato le trattative per acquistare il social e parlava di innovare il modello di business e di aumentare il numero dei dipendenti fino a 11 mila. Insomma, speriamo che questa sia l'ennesima uscita del miliardario fatta per attirare l'attenzione.
 
E la nostra di attenzione è stata attirata questa settimana dalla pubblicazione dei dati dell'Ufficio Federale di Statistica che purtroppo ci ha bruscamente risvegliati da "La favola del Cantone Ticino...". Fino a qualche settimana fa abbiamo sempre sentito dire che la nostra economia così ben diversificata nelle sue attività, aveva retto meglio di quasi tutto il resto della Svizzera alla crisi legata al Covid. Ora con grande dispiacere scopriamo che se il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Svizzera si è ridotto del 2.4%, quello ticinese è crollato del 5.2%, 2.2 volte di più. 

*economista

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