CRONACA
Il bullismo trattato con le arti marziali. "Alla base c'è sempre l'insicurezza"
Alberto Marletta, tramite questa disciplina dove non ci sono gare, cerca di aiutare bulli e bullizzati. "I genitori sono preoccupati, i docenti spesso non sanno come reagire"

CHIASSO – Le arti marziali come strumento per combattere il bullismo, per insegnare ai ragazzi come reagire e quanto fa male essere presi di mira. Proprio il bullismo è una delle preoccupazioni maggiori delle mamme, come ci hanno confidato in diverse ieri, e Alberto Marletta, istruttore di Kung-Fu, cerca di aiutare i suoi piccoli allievi.

“L’età media dei ragazzi che aiutiamo, a parte uno piccolo di 8 anni, è di 10-12 anni, soprattutto 10. Tutti i casi di bulli sono stati maschi, chi ha subito sia maschio che femmina”.

I vostri corsi sono rivolti specificatamente al tema bullismo o è un argomento che in qualche modo esce durante le lezioni?
“Esce dalle lezioni solitamente. Prima parlo coi genitori per cui ho un quadro di come è il ragazzo. A seconda della storia del bambino, anche se le modalità di essere bullizzato o bullizzare mutano, i nostri metodi sono diversi. Vogliamo dare più fiducia a loro stessi a tutti, ma cambia il lavoro fisico sulla persona. Ci rivolgiamo comunque a tutti, nel gruppo ci sono varie tipologie di persone, anche chi non ha nessun problema col bullismo. Lavorano insieme, la differenza è come agisce l’insegnante conoscendoli”.

Ci spiega, in termini semplici per chi non si intende della materia?
“Dobbiamo per forza usare tecniche facili perché sono bambini. Per il bullo, colui che fisicamente picchia le persone, le insulta, le tratta male, il modo per aiutarlo è metterlo a capo di un piccolo gruppo, dandogli il compito di insegnare delle tecniche che già sa agli altri. Lo responsabilizza tanto perché vede le difficoltà a far imparare ad altri. Una volta è successo che un bambino, un bullo, ha pianto in sala e gli altri lo hanno preso in giro. La lezione successiva abbiamo fatto chiedere scusa agli altri, uno per uno: e lui nel corso della lezione stessa ha cambiato atteggiamento, avendo visto come ci si sente dall’altra parte”.

Come mai vi concentrate sul bullismo?
“Ho sempre fatto atti marziali. Anni fa mi è stato chiesto di rappresentare un’associazione mondiale di Wing Chun Kung Fu, la mia tecnica, in Svizzera: ovvero il bullismo trattato attraverso il Wing Chun Kung Fu. È una disciplina particolare, non ci sono gare dunque non c’è un allievo più bravo, ma dove tutti valgono molto. Si presta dunque per questo lavoro”.

I ragazzini si confidano con lei?
“È successo con una bambina, ma dopo parecchi mesi. A scuola non veniva bullizzata ma nel tragitto casa-scuola, col pulmino, era derisa, veniva picchiata, dunque un bullismo verbale ed anche fisico. È anche capitato che una ragazzina più grande, di 12 anni, dopo alcune lezioni aveva subito un tentativo di bullismo fisico e con la base acquisita ha subito risposto e ha risolto il problema. Poi è venuta da noi e ce l’ha raccontato. Non sono mai io che chiedo, però se si presenta una situazione, si parte e si parla delle proprie esperienze”.

Diceva che parla coi genitori. Nota preoccupazione in loro verso il fenomeno?
“Sono parecchio in ansia. Lo sono quando c’è il cambio di scuola, dall’asilo alle elementari o dalle elementari alle medie. Lì il bambino passa dall’essere il più grande della vecchia scuola al piccolo nella nuova, uno shock non da poco. Un’altra preoccupazione è quella del fatto che sua figlia è bullizzata, lei ha parlato coi genitori, ma essi sminuiscono il problema, dicendo che si gioca, che non fanno niente di male o affermano che bisogna reagire. Non è l’approccio corretto”.

Quel che svolgete li aiuta dal punto di vista psicologico o fisico?
“Il lavoro è psicologico. Una delle cose che vien detto a tutti è che non si alzano le mani, che non si toccano le altre persone. Quando loro fanno delle simulazioni, per esempio uno mette la mano alla gola e l’altro reagisce, chi ci riesce acquista fiducia. Come imparare a cadere. Essere buttati per terra e sapere come rialzarsi serve molto”.

Il problema è in crescita. Da cosa deriva, secondo lei, che lo vede spesso?
“Uno dei fattori principali è che viene sottovalutato da chi potrebbe far qualcosa. Sicuramente i genitori, che devono capire che se un figlio è un bullo c’è qualcosa che non va. Poi, la scuola: gli insegnanti non sanno come reagire. A parte sgridare, reagire in modo forte, non hanno idea di cosa fare: non è la soluzione. Qual è? Deve essere il bambino a capire che gli altri vanno aiutati e non derisi. Lo so che non è semplice. Vanno capite anche le situazioni nelle famiglie, capita che qualcuno venga trattato male nelle famiglie, e ribalta il comportamento, diventando aggressivo. Alla base di tutti i casi, sia di chi subisce che di chi fa del male, c’è una profonda insicurezza, per diversi motivi, o perché si trova male a casa, a scuola, è magari in sovrappeso. I bulli si chiudono e reagiscono aggredendo”.

Non sempre, immagino, bastano le arti marziali. Un approccio psicologico è utile?
“Faccio parte dell’associazione dei diabetici, una categoria spesso presa di mira, e con loro sto lavorando a un progetto. Si vuole formare un team con anche specialisti, a volte prima di poter venire in classe da noi i ragazzi devono passare altri step”.

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