CRONACA
"Ecco perchè è giusto dire che il Covid19 è clinicamente finito"
Il virologo del San Raffaele spiega lo studio che ha portato alle affermazioni di Zangrillo: "La seconda ondata? Nessuno può dire che ci sarà oppure no. Ma è possibile che il Covid si spenga come la SARS"

MILANO - L’ormai celebre affermazione del Professor Alberto Zangrillo - “il Covid19 è clinicamente morto” - si fonda sui risultati di un suo studio. Parliamo di Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano. Il Professor Clementi è uno dei massimi specialisti italiani in materia. Ed è anche tra quelli che meno si è espresso pubblicamente durante la pandemia. Ma quando lo ha fatto ha sempre lasciato il segno.

È stato lui il primo in Italia ad affermare che il virus aveva perso virulenza. Era il 10 di maggio, un mese fa, l’alba dell’uscita del lockdown. Successivamente aveva asserito che le riaperture non avrebbero portato ad una deflagrazione dei contagi. Per ora i numeri gli stanno dando ragione. E in una lunga intervista rilasciata a TPI, Clementi ha spiegato i contenuti della sua ricerca che confermano la tesi di Zangrillo: “Giusto dire che il virus è clinicamente finito. Lo diciamo noi che abbiamo visto morire. Perché adesso questi malati gravi non ci sono più, ed è un fatto”.

Innanzitutto, da dover parte la sua ricerca che definisce “difficilmente contestabile” perché “ci sono i dati, i numeri, è tutto scritto, tutto dimostrato. Chi vuole metterlo in discussione deve sobbarcarsi l’onere di trovare un errore nel mio lavoro. E non lo troverà”. “Tutto è partito - racconta Clementi - da un’evidenza clinica. Da iniziò maggio nei nostri reparti non arrivavano più malati con sintomi gravi.I clinici mi chiedevano anche: “Clementi, quali sono i correlati virologici?. Che cosa è cambiato nel Coronavirus da febbraio a marzo?”.

“In primo luogo - spiega il virologo - ho ipotizzato che ci fosse stata una mutazione del Coronavirus. Sono frequenti. Poi ho pensato di rivolgermi altrove. Anche confrontandomi con colleghi stranieri. Di cercare una chiave per dimostrare con dei dati frutto della ricerca questo cambiamento che registravamo in modo empirico. (…). Di tutto il bailamme di virologi pseudovirologi e paravirologi che si stanno esercitando in questo periodo in dotte analisi, il professor Palù di Padova – bravo quanto me – sosteneva l’importanza di studiare la virulenza. Questo è un aspetto abbastanza complesso del Covid19, e di ogni virus, che in sé accomuna caratteristiche diversissime. Provo a tradurlo così: quanto danno fa e quanto il virus si deve replicare per poter fare questo danno? Questo era ed è il tema”.

Un tema che il Professor Clementi ha cercato di sviluppare con il seguente metodo: “Ho preso cento pazienti della prima fase di epidemia e li ho paragonati a cento pazienti della seconda fase. Li ho estratti dai campioni della nostra biobanca del San Raffaele. Cento contagiati della prima metà marzo e cento della seconda di maggio: casi di cui fra l’altro sapevo tutto, perché conoscevo la loro storia clinica. Dopo aver costituito questi due insiemi di campioni omogenei li ho confrontanti sull’unica che potevo adottare, ovvero il computo relativo alla quantità del virus in ogni singolo tampone”.

La differenza emersa, spiega il Professore, “è stratosferica. Se un tampone del primo gruppo si rileva un indice di 70mila, nel secondo si aggirava intorno a 700!”. Merito del lockdown? “Attenzione. Io sono molto convinto dell’utilità del lockdown, non solo non lo metto in discussione, ma ritengo che sia stata decisivo nel contenimento della pandemia. Tuttavia questi casi erano riferiti a tamponi raccolti almeno dieci giorni dopo, rispetto a quelli in cui il paziente aveva contratto l’infezione. Questo significa che il virus si era replicato e amplificato nel soggetto infettato a prescindere dalla quantità iniziale che aveva prodotto l’infezione”. Quella densità per lei è l’indice della forza del virus.Senza dubbio. Solo i negazionismi più acerrimi oggi minimizzano l’impatto della stagionalità”.

Il caldo, dunque, secondo Clementi è una delle cause che ha attenuato la virulenza del Covid19. “L’altro motivo - spiega - forse il più importante, è questo: a me sembra che questo virus si stia adattando all’ospite. Il virus per sopravvivere non deve uccidere il suo ospite. Il cambiamento per ora è nell’intensità, ma non è ancora avvenuto sul piano genetico. Il virus tuttavia diminuisce la carica virale per adattarsi all’ospite”.

Il virologo del San Raffaele non è tipo da lodarsi e imbrodarsi. Sostiene infatti che quello che definisce “uno studiettino” è solo un primo passo. “Ci sono ancora pochi pazienti - aggiunge - dovrebbe accadere che questo fenomeno si ripetesse negli altri Stati europei e anche anche negli Stati Uniti. Ma dal dialogo con i colleghi risulta che in Florida, dove hanno fatto un lockdown soft, si stanno osservando le stesse cose. In Spagna idem. In Francia anche. Dobbiamo mettere insieme cinque studi da mille pazienti ciascuno e allora avremmo una prova inattaccabile che il principio viene verificato. Questo è quanto sto programmando”.

Sul futuro del Covid19, Clementi non si sbilancia, anche se vi è la possibilità che l’attenuazione sia definitiva: “È successo ad esempio il caso dell’epidemia del 2009, con il H1N1 in Messico. Esplose in maniera rapida e devastante. Fu dichiarato subito pandemia dall’Oms. Aveva alti tassi di mortalità…Oggi ce lo ritroviamo buono-buono insieme agli altri virus influenzali. Ma non uccide più”.

Quanto alla temuta seconda ondata, “secondo me - risponde Clementi - nessuno può dire che torna. O che non torna. E potrebbe anche non tornare. La Sars, altro esempio, esplose, fino  a giugno infettò e poi anche questa infezione scomparve. Quando i miei studenti mi chiedono dove sia finita, indico loro il mio laboratorio con il livello P3”.

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