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Brenno Martignoni: Edith Piaf, ascesa e morte del “mito en rose”  
Apparenza esile, voce dirompente: “Môme Piaf”, da Passerotto ad Aquila. Jean Cocteau, incaricato della sua elegia funebre, aveva paragonato la sua voce “al lavorio dell’usignolo di aprile, che vocalizza e sconvolge”

di Brenno Martignoni Polti

 

Provenza. Grasse. Sud della Francia. In una villa. “L'Enclos de la Rourée". Di giovedì. Il 10 ottobre 1963. La segretaria e confidente Danielle Bonel, con l’infermiera Simone Margantin. A organizzare un illecito trasporto. Il trasferimento clandestino a Parigi. Un viaggio di 800 chilometri. Per adagiarla al capezzale. Nel suo appartamento. Al numero 67, boulevard Lannes, nel 16mo arrondissement. Un letto di morte artefatto. Dove dichiararne il decesso. A farlo. Il medico Bernay de Laval, l’indomani. Alle 7 del mattino di venerdì 11 ottobre 1963. Con certificato fittizio. Aveva 47 anni. La divina Èdith Piaf. Ufficialmente. Causa della dipartita. Cirrosi epatica, mai curata. Anzi, derivata da massiccio uso di medicine. In realtà, malattia fulminea. Una brutta broncopolmonite. La ricaduta, assieme ad altri problemi fisici, a esserle stata fatale. A quasi sessant’anni. Tutte questioni fluttuanti. Al suo funerale, il 14 ottobre, migliaia di persone, accorse  da ovunque. Una mobilitazione corale che non si vedeva dalla Liberazione nel 1945. Riposa nel cimitero delle celebrità. Il Père-Lachaise. Incaricato dell’onoranza, Jean Cocteau. Non arrivò a svolgerla. Anch’egli. Colto da malore. Morì poche ore dopo avere appreso la notizia del decesso della cantante. Di lei, Jean Cocteau, che intuì il suo talento, quando ancora  era ignoto persino a  lei stessa, ebbe a scrivere. “Ed ecco che canta, o meglio, come l’usignolo di aprile prova il suo canto d’amore.

Avete ascoltato questo lavorio dell’usignolo? Soffre. Esita. Si chiarisce. Si strozza. Si lancia e cade. E d’improvviso, trova la sua strada. Vocalizza. Sconvolge.”

Apparenza esile. Voce dirompente. Dai grandi amori. Leggendari. Mai più nessuno ne ha raccolto l’eredità. Combinazione di fattori irripetibili. Lei stessa narrava, di essere nata su un marciapiede. La madre, artista di strada berbera, così colta dal travaglio. Papà normanno. Contorsionista. Nonna materna,  ogni tanto, al biberon, aggiungeva vino rosso. Convinta che preservasse la salute. La piccola Édith Giovanna Gassion. Per un po’, persino cresciuta, in una casa di tolleranza. Dove la nonna paterna era cuoca. A sette anni. A lavorare sulla pubblica via. Nel circo del padre. A vent’anni. L’impresario Louis Leplée. A scoprirla. Titolare de’ Le Gerny. Importante ritrovo sui Champs-Élysées. Lui, per primo, a chiamarla “môme Piaf”. Passerotto. Proprio perché tutta quella forza,  in 147 cm di statura, faceva pensare al potente cinguettio, di cui sanno essere capaci quegli insospettabili uccellini. A dispetto di una sorte certamente non benevola, Édith Piaf, in realtà, si rivelò un’aquila. Ferrea. Reattiva alle avversità con polso e grinta. Al pari di come scuoteva le scene. Icona indiscussa della musica. Simbolo senza tempo. Timbro romantico. Dolce e soave. Ma fermo. Tutt’uno con la Ville Lumière. Città che l’ha apprezzata con entusiasmo. In un’epoca, in cui i talenti femminili faticavano a farsi largo in società. Un concerto su tutti. Quello del 1962. Per la prima mondiale del film “Il giorno più lungo”. Édith Piaf sulla Tour Eiffel. Con marea popolare al seguito. A osannarne le straordinarietà. Magistrali. Nei cuori del mondo. Stella. In eterno.

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