TRIBUNA LIBERA
Sergio Morisoli su Trump, democrazia e liberalismo: “Specchio d’America e provocazione per l’Occidente”
Il 47esimo Presidente non è un incidente, ma un segnale. È l’America che sogna in grande e agisce nel concreto, provando a mantenere le promesse, puntando su pace, lavoro e interessi nazionali. E noi, cosa siamo disposti a difendere del nostro mondo?
TiPress / Benedetto Galli

di Sergio Morisoli *

Dobbiamo essere onesti. Il Presidente degli USA Donald Trump per il suo modo di fare, di pensare, di parlare e nell’esercitare la sua carica politica ci obbliga ad andare oltre al mi piace o al non mi piace, oltre alla denuncia o all’idolatria. Ci costringe a fare i conti con la sua irruenza, la sua crudezza di espressione, la sua semplificazione della realtà e fors’anche con il suo ego. Ma il punto è un altro: ci forza, non lasciandoci via di scampo, a fare i conti con noi stessi prima che con lui. Una volta dette e lette tutte le cose più brutte su di lui, ci troviamo sempre a chiederci: e noi chi siamo? Cosa vogliamo? Dove vogliamo andare? Siamo diversi da lui? Cosa faremmo al suo posto?

Penso che lui non provochi queste domande volontariamente, anzi, è probabile che non abbia piena coscienza di farlo e di cosa generino in noi; ciò non toglie che per noi sono domande insidiose, anche antipatiche, ma decisive perché ci obbligano a guardarci allo specchio. Poi lui rincara la dose di domande mandandoci il suo Vice che a colpi di sberle vuole farci “rinsavire” e “risvegliare”, ma farci rinsavire e risvegliare da cosa?

Del resto non dimentichiamo che già nell’ormai lontano 2017, era il 6 di luglio, lo stesso Presidente in visita ufficiale alla Polonia, ma parlando all’Occidente, ebbe a dire: “Abbiamo abbastanza fiducia nei nostri valori per difenderli ad ogni costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per difendere i nostri confini? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civilizzazione contro chi vuole sovvertirla e distruggerla? E che dire della strisciante burocrazia statalista che, di qua e di là dell’Atlantico, prosciuga la vitalità e la ricchezza del popolo?” A 8 anni di distanza ci trova ancora a questo punto, e ci riprova.

Di fronte ad una persona tanto decisa quanto consapevole di come (mezzi) e cosa (fini) vuole raggiungere, le nostre certezze vacillano e a volte si frantumano. L’indignazione e lo scandalo da noi espressi e mediatizzati da quest’altra parte dell’Atlantico, non incidono nulla o se va bene al massimo fanno solletico all’indirizzo intrapreso dal presidente americano per questo suo secondo mandato. Quindi, tanto vale buttarci sul “dunque” anziché sprecare giudizi sul comportamento, sul linguaggio, sul galateo e quant’altro del 47esimo Presidente degli USA. Pragmaticamente: se lo sono scelto loro e ce lo teniamo anche noi.

Lasciamo da parte le analisi comportamentali sommarie e i chiacchiericci inutili di costume sul Presidente, occupiamoci invece a cercare di capire come i due nostri concetti e principi esistenziali, democrazia e liberalismo, possano ancora convivere uniti in America e ma anche da noi. Ricordiamo, in sintesi un po’ grossolana, che gli Stati democratico-liberali hanno due caratteristiche: sono democratici perché è il popolo che sceglie chi mandare al potere, e sono liberali perché è il popolo o i suoi rappresentati a decidere quanto potere concedere agli eletti.

Donald Trump è democratico? Donald Trump è liberale? La prima risposta è semplice, si , è democratico. Non servono a nulla gli appellativi e gli aggettivi tirannici, despotici o altro che gli affibbiano i perdenti e il resto del mondo; è stato eletto dal popolo con un voto universale e democratico; ciò che fa rispetta le leggi e la costituzione americane; il potere enorme che ha, lo hanno avuto tutti i Presidenti, non se l’è rubato ma lo esercita in funzione delle norme vigenti, quando deborda la corte suprema lo blocca, le camere del Parlamento come sempre hanno tutto il loro potere intatto di controllo del Governo. Il suo mandato è legittimo (ha vinto) e rappresentativo (una chiara maggioranza). La divisione dei poteri continua ad esistere come prima. La sua interpretazione di democrazia è rispettosa delle regole del gioco, in parte diverse dalle nostre, che l’America si è data. Questo per ciò che riguarda la politica interna.

La seconda risposta, a sapere se è liberale, è molto più complessa. Culturalmente, per abitudine, educazione o filosoficamente, ogni americano è liberale. Quindi anche Trump. La storia degli USA nasce dalla ricerca della libertà , il loro sviluppo è avvenuto solo tramite la libertà. I primi coloni del New England, non dimentichiamolo, furono calvinisti scacciati o fuggiti dalle persecuzioni religiose sul vecchio continente, da qui e da sempre nasce l’importanza centrale della religione e della libertà religiosa negli Stati uniti. Da questa libertà discendono per loro le altre libertà, che però non sono esattamente uguali a come la intendiamo noi europei. In pratica la libertà, semplificando, assume due diramazioni con l’illuminismo francese e americano. C’è un liberalismo di Parigi e un liberalismo di Filadelfia, il primo è quello che conosciamo noi, il secondo è quello che conosciamo meno. Il primo delega allo Stato quindi alla politica la promozione della libertà, il secondo difende la libertà del singolo e della società civile dalle ingerenze della politica, quindi dello Stato. Le differenze sono parecchie. Ad esempio, il primo, più giacobino, esclude Dio dalla sfera pubblica e politica (laicismo), mentre il secondo include Dio in tutte le sue forme religiose possibili. Non è un caso che ogni Presidente USA all’insediamento giura posando la mano sulla Bibbia… Obama e Trump non sono diversi. Si potrebbe dire: da una parte (noi) con un liberalismo senza Dio e dall’altra (loro) con un liberalismo grazie a Dio. Non sono dettagli. In origine il liberalismo nasceva contro il potere di pochi e il loro eccesso, uguale se sovrani monarchici, politici, militari o religiosi; e l’America, prima solo con le scritture sacre e poi con le leggi, ha perpetuato questa missione nei secoli fino ad oggi. In pratica la differenza è da una parte liberali che “ti imponiamo attraverso la legge la libertà che scegliamo noi per te” (la politica sa cosa è buono per te), dall’altra “ti facciamo leggi che ti lasciano scegliere la libertà che tu vuoi” (tu sai cosa è buono per te e la politica lo riconosce). Per chiudere, il grande Tocqueville scriveva in lungo e in largo di queste differenze tra le libertà nostre e loro con le conseguenze concrete nell’organizzazione della società, nel suo capolavoro de “la democrazia in America”; sarebbe bene rileggerlo e capiremmo di più certe cose attuali.

Quindi, due categorie di liberalismo occidentale, una più “collettiva” e l’altra più “individualista”. In effetti il loro liberalismo non è contagiato dal socialismo, che non ha mai preso granché piede in USA, ma si differenzia tra conservatorismo e progressismo. Addirittura nei secoli il due partiti maggiori, quello Repubblicano e quello Democratico, si intrecciano e si dividono (si contraddicono, si combattono con guerre civili) in fase alterne attorno a queste due scelte. Il termine Liberal da loro significa e rimanda ad altro rispetto a come lo intendiamo noi comunemente.

Il pensiero politico americano è però impregnato di conservatorismo che influenza molto il loro liberalismo. È un conservatorismo filosofico che nasce da lontano, dall’illuminismo scozzese e poi dall’Inghilterra “whig” e viene poi importato e sviluppato e rinnovato in continuazione sul nuovo continente. Edmund Burke è il punto di riferimento iniziale, ma con Alexander Hamilton uno dei Padri fondatori degli USA viene poi elaborato da vari presidenti e da diverse correnti intellettuali su, su fino a Kirk Russel, ai neo conservatori e ad altre correnti, rilanciati da Ronald Reagan e molti altri. Trump, è oscillante un po’ di qua un po’ di là, ma fa certamente parte di questa categoria di liberalismo. È nipote e figlio della storia, della cultura americana al 100%, anche di quella rivoluzionaria, di conquista e a volte violenta.

Più complicato ancora è il rapporto tra Trump e il liberalismo economico; di certo non è un liberista; seppur con Musk e altri si sia circondato di una sorta di “anarcocapitalisti” che a volte stanno simpatici ai liberisti. Lui e la maggioranza di chi l’ha votato è convinto che l’America tornerà grande solo a due condizioni: combattendo la mondializzazione della politica e combattendo la globalizzazione dell’economia. Il primo combattimento è abbastanza facile da capire. Gli USA perdono potere e influenza (e soldi) se il potere decisionale continua ad essere delegato ad organismi sovranazionali che nella loro maggioranze sono anti americane. In quest’ordine di idee, rientra l’impostazione di un ritorno multipolare del mondo sottraendosi dal partecipare e dal pagare organismi internazionali regolatori di politiche accentratrici e avverse alla politica interna e estera USA; e rientra l’accelerazione di accordi bilaterali diretti con i potenti del mondo e con i Paesi belligeranti. In breve, anche con l’Europa e la Nato il suo principio è elementare: chi paga comanda, e chi comanda paga. Un principio inaccettabile per gli Stati dell’UE che tendenzialmente vogliono far politiche con i soldi degli altri anche nei loro Stati. Da un punto filosofico liberale classico questa virata ad “u” è comprensibile: prima viene il cittadino, poi la famiglia, poi gli enti privati, poi il comune, poi lo stato nazionale e solo dopo gli enti sovranazionali. Trump lo declina con il noto “America first”. È il classico principio di sussidiarietà liberale già descritto molto bene come detto due secoli fa da Tocqueville nel suo viaggio americano. In sostanza, all’americana: non subire decisioni altrui se non richieste, o vogliamo risolverci noi i problemi a modo nostro prima di far intervenire enti superiori. Linea che tra l’altro ha scelto anche per la politica interna, di cui si parla pochissimo.

La seconda battaglia è lo smantellamento della globalizzazione economica. Come detto, Trump non è liberista, non vuole togliere di mezzo lo Stato dall’economia ma lo vuole usare per indirizzarla. Una volta si sarebbe detto per pianificarla secondo un obiettivo predeterminato; uguale se mossi da proattività e reattività. Non vuole la concorrenza libera e planetaria né tra Stati né tra settori economici, né tra attori aziendali. La ragione è semplice. La globalizzazione che avrebbe dovuto favorire l’America nella crescita economica e nel benessere, globalizzazione voluta e inizializzata dagli americani stessi, ha portato in casa concorrenza estera feroce e risultati negativi. Ha permesso agli altri di crescere forte, in particolare il sud est asiatico e la Cina, mentre ha frenato, penalizzato e svuotalo l’America. L’America è da sempre protezionista, cambia solo la dose a seconda dei momenti. Se non sono i dazi sono le norme da rispettare sui prodotti che fanno da sbarramento al mercato. In pratica Washington (Obama e Biden pure) ha sempre scelto in modo soft o hard cosa far entrare e cosa no sul proprio mercato.

Quindi nulla di nuovo per certi versi. Nuovo invece è il convincimento che un Paese diventi più ricco chiudendosi, e qui Trump e i suoi, oltre che a non essere liberisti, non sono nemmeno liberali classici. Questo convincimento non è proprio nuovo, infatti già nel lontanissimo 1776 Adam Smith nella “Ricchezza delle nazioni” denunciava ed attaccava proprio questa convinzione; dimostrando che il protezionismo invece di arricchire la nazione impoveriva i suoi cittadini, favoriva i previlegi e la corruzione. Ma anche un secolo più tardi, a metà ‘800, l’economista francese Fréderic Bastiat metteva tutti in guardia con la sua celebre frase: “se sui confini non passano le merci, prima o poi passano i cannoni”. Quindi il neo mercantilismo, non rinasce sotto una buona stella e i favori del pronostico.

Il mondo è evoluto ed è diventato un posto migliore quando verso il XIV-XV secolo si è capito, sebbene a rilento, che il modo migliore per creare benessere individuale e prosperità comune non fossero più le guerre di conquista, la rapina, la violenza alla proprietà degli altri ma l’ingegno e il commercio. La prima globalizzazione riguardava il percorso della lana e dei tessuti che coinvolgeva una filiera globale planetaria tra chi allevava ovini e bachi da seta, chi produceva tessuti grezzi, chi li abbelliva, chi li trasportava, chi li commerciava. Si globalizzarono anche altre materie e prodotti e non da ultimo anche la finanza con i primi sistemi bancari. Le guerre e le colonizzazioni non mancarono né durante né dopo questa prima globalizzazione per cercare di accelerare la crescita di ricchezza rubandola ad altri. L’America di Trump punta a far rientrare le ditte americane in Patria, le favorisce artificialmente affinché producano in America in modo da sottrarre lavoro, investimenti, know how agli avversari. Sembra cosa giusta e buona, pensare prima al proprio Paese e all’occupazione dei propri cittadini facendo tornare chi se ne è andato, ma è solo una faccia della medaglia. Ancora citando Frédéric Bastiat: “la differenza sta in ciò che si vede e in ciò che non si vede”.

Quello che non si vede è la sfida enorme nel fare in modo che salari e prezzi interni crescano paralleli e nella stessa proporzione. In altre parole se il cittadino americano può comprare oggi facilmente con il suo salario dei prodotti esteri e vivere decentemente, domani potrebbe trovarsi a dover rinunciare agli stessi prodotti perché se prodotti in America diventano troppo cari per il suo potere d’acquisto. Se i salari non crescono di pari passo; ma poi i prodotti costeranno di più e via dicendo... In seconda battuta è molto difficile far ripartire una produzione interna in tempi brevi che sia contemporaneamente ottimale nella quantità, nella qualità che nei prezzi. Quasi certamente ci sarà uno scollamento importante e non forse di breve termine tra domanda e offerta, e la borsa sarà irrequieta. Ci sarebbero molti argomenti ed esempi per dimostrare che un’economia chiusa porta leggeri vantaggi iniziali (più psicologici che effettivi) ma che a medio termine la cura è peggio del male. Stiamo però parlando di un Continente e non di una normale Nazione, quindi le sorprese ci possono stare.

Il voler avvantaggiare i grandi monopoli americani del suo entourage miliardario, non è cosa nuova nemmeno questa. Molte amministrazioni sia democratiche che repubblicane hanno sempre inseguito nei tempi il lobbismo di turno (dalle miniere, al ferro, dalle ferrovie, all’agricoltura, dall’immobiliare, all’automobile, dal militare alla ricerca, dal petrolio e oggi il new tech, ecc…) e si sono circondati di miliardari tipo Rokefeller, Ford, Carnegie, all’epoca, non meno ricchi e potenti di Elon Musk & Co. L’uso poi del dollaro e della banca centrale (uno Stato nello Stato), come strumento diretto per aggiustare le fatture e i scivoloni della politica, anziché limitarlo a questioni monetarie, l’hanno sempre fatto e lo faranno sempre.

Nemmeno la via della pianificazione economica non è un novum per l’America. Prima della grande recessione molti politici, intellettuali e studiosi economici americani andavano e venivano dall’unione sovietica attratti dal loro modello: poter dominare le leggi della domanda e dell’offerta in un equilibrio perpetuo sembrava un sogno che si realizzava. Per fortuna poi non decollò mai negli USA e il sogno si trasformò in decenni di incubi per l’Unione sovietica. Per uscire dalla grande recessione si diedero poi un interventismo statale pesantissimo (new deal) che gli esperti oggi riconoscono forse aver prolungato ed accentuato quel disastro dei primi anni ’30 del secolo scorso.

Com’è, come non è, nessuno in economia ha la bacchetta magica o la boccia di cristallo, e nessuno tranne gli statalisti e i socialisti ha la possibilità di spiare le carte della provvidenza (come diceva von Hayek) per indovinare la formula del benessere e della prosperità perpetua. Non sarà strapazzando la democrazia o dopando il liberalismo vittima del suo successo a decretare buona o cattiva la politica di Trump; ma ancora una volta il “che ne sarà” del vecchio e buon capitalismo. Quel capitalismo originale e virtuoso fatto di creatività, rischio, profitto, proprietà privata, concorrenza. Dipenderà tutto da quanto saprà difendere e valorizzare senza interventismi o storpiature questi singoli ingredienti del capitalismo, da come farà per tenerli assieme e da come farà per sanare l’humus necessario al suo splendore, cioè il libero mercato interno. In America non sta soffrendo la democrazia o il liberalismo, sta soffrendo il capitalismo, lui o chi per lui l’ha capito. Se però per rilanciarlo e per ricollocarlo in cima alle classifiche mondiali è necessario essere politicamente meno democratici e meno liberali in economia, in una parola diventare autocratici e protezionisti, è tutto da vedere.

Una cosa però è certa, in America, religione-politica-soldi sono inscindibili, che tradotti per loro significano predestinazione-moralità-merito, è patrimonio sia dei conservatori che dei progressisti; la grafica della loro banconota lo certifica anche meglio della loro Costituzione. Quindi inutile pensare che attraverso un paio di decenni di globalizzazione, che ha prodotto un’America più debole e confusa, il loro DNA sia cambiato. Trump non fa altro che, sebbene in modo diverso, divisorio e discutibile fin che si vuole, quello che i Presidenti di quel grande Paese che è un Continente, hanno da sempre fatto: go far go west, e oggi il go west potrebbe essere dopo la luna, il pianeta Marte. Del resto l’acronimo della NASA lo indica bene: national aeronautics and space administration. C’è scritto, non a caso e senza equivoci, dagli anni ’60, “space administration” e nessuno ha mai provato a cambiarlo: cioè amministrazione dello spazio, cioè conquista prima e gestione poi… Da sempre, pensano in grande e agiscono nel piccolo. Non è solo Trump, ma è l’America ad essere così: cocciuta, testarda, libera, naif e creativa da rendere tutto possibile. Lo spazio l’hanno conquistato prima leggendo libri di fantascienza (sognando) e poi cercando di fare ciò che vi era scritto (provando): “dream and try”; per noi una pazzia per loro l’unico modo per essere realisti.

Per finire, e tornando all’inizio, Trump non può che dirsi democratico e liberale. La sua scalata politica ed economica è avvenuta grazie alla democrazia e grazie al mercato. Se ora Trump forza le frontiere delle leggi democratiche ci saranno le istituzioni americane che sono più forti e resistenti di qualsiasi presidente nel difenderle. Se Trump forza i confini delle leggi naturali dell’economia ci sarà il mercato che non perdona a correggerlo. Il popolo argentino distrutto, disilluso, rassegnato e senza più nulla da perdere ha scommesso su Milei e forse ha avuto ragione. L’America messa molto meglio, ha dato una seconda chance a Trump nonostante il primo mandato, nonostante la sua non rielezione e nonostante le esagerazioni e nonostante che tutti sanno chi è.

Chi siamo noi per giudicare l’America e gli americani? È un presidente che vuole la pace, fa quello che ha promesso, prova a togliere l’America dai conflitti, pensa agli interessi americani prima che a quelli degli altri, cerca di creare lavoro e ricchezza entro i suoi confini; obiettivi difficili, ma se trova la formula giusta per rispettare e miscelare democrazia con liberalismo senza distruggerli, ce la potrebbe anche fare.

* Capogruppo UDC in Granconsiglio

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