“I ragazzi possono essere a volte turbolenti, uno degli elementi importanti è però evitare il confronto, la simmetria, il voler mostrare chi è il più forte. Non voglio condannare nessuno, probabilmente l’educatore coinvolto era sotto stress, incapace di gestire la situazione, ha pensato di fare qualcosa di corretto, ma non ha capito che questo è un lavoro di grande stress, come quello dello psicologo. Le provocazioni che arrivano dai ragazzi, che problematici o meno son sempre ragazzi, possono sfiorare l’aggressione fisica, l’insubordinazione per cui bisogna tornare a prendere in mano tutto. Non sono però mai giustificati certi comportamenti, che immagino comunque fatti a fin di bene: il risultato è pessimo, quando si arriva a questo estremi vuol dire che si è perso. La comunicazione è interrotta e usano altri strumenti, come le vie di fatto, ed è gravissimo. Comprendo le reazioni che danno fastidio, però se non vengono usati metodi dialettici, di comunicazione, psicologici, non si va da nessuna parte. Vedo mancanza di preparazione e bisogno di una supervisione che aiuti a gestire il tutto prendendo un po’ di distanza dal vissuto quotidiano. E lo vedo spesso anche nella scuola pubblica, dei docenti hanno paura di affrontare gli allievi, di dire qualcosa ai genitori, essi reagiscono sopra le righe, dunque i professori sono sulla difensiva quando tutto va bene e quando vanno male prova a fare qualcosa e non riesce. È preoccupante per il sistema formativo”.