Ribadita la mazzata del Consiglio della magistratura. L'avvocato dei due ex magistrati annuncia ricorso al Tribunale federale
La Commissione di ricorso sulla magistratura ha confermato la destituzione degli ex giudici del Tribunale penale cantonale Siro Quadri e Francesca Verda Chiocchetti. Decisione emanata dal Consiglio della magistratura il 10 dicembre dello scorso anno. Lo scrive il sito della Regione. Secondo la Commissione, il Consiglio della magistratura ha agito correttamente, ma il legale dei due magistrati destituiti, l'avvocato Marco Broggini, annuncia ricorso al Tribunale federale.
Secondo il Cdm Quadri e Verda Chiocchetti hanno “gravemente violato i loro doveri di magistrato denunciando per il reato di pornografia il presidente del Tribunale penale cantonale (Mauro Ermani, ndr): la denuncia del collega per un reato che sapevano non sussistere è inaccettabile e inconciliabile con la funzione di magistrato”.
I due giudici ritenevano la destituzione “del tutto tendenziosa” nell’esposizione dei fatti, non priva di “numerose considerazioni arbitrarie” e “frutto di accanimento”.
Ma la Commissione di ricorso sulla magistratura, ritiene che Quadri e Verda Chiocchetti abbiano tenuto “una condotta ingiustificabile e gravemente lesiva dei suoi doveri di magistrato. Egli (essa, in caso di Verda Chiocchetti) non si è fatto scrupolo di denunciare penalmente un suo collega, presidente del tribunale in cui era attiva, per un reato infamante che sapeva essere del tutto infondato, cavalcando il conflitto suo e di altri per pura e semplice volontà di attaccare il suo avversario, in una fase in cui le istituzioni erano attive per invece risolvere quei conflitti”.
I due magistrati, prosegue la Commissione, “non hanno avuto alcun riguardo per lo sconcerto provocato nell'opinione pubblica dal proprio agire e ciò che ne é seguito, così come della perdita di fiducia nella magistratura”.
E ancora: “Non è tollerabile che, all'interno del più alto tribunale cantonale, un magistrato sfrutti scorrettamente un mezzo legale per ‘fare la guerra’ ad un collega. In un simile collegio deve regnare unità d'intenti e tutti devono collaborare collegialmente per una corretta esecuzione dei loro compiti, rispettando per primi quei principi che sono chiamati ad applicare nell'attività giudiziaria”.
E in riferimento al caso del presunto mobbing subito da una segretaria, stando alla Commissione di ricorso, “sarebbe bastato affrontare la situazione, all'insorgere delle prime incomprensioni e difficoltà, ispirandosi a quei principi - in primis del buon senso - che chiunque confrontato con una controversia sul posto di lavoro avrebbe applicato per risolverle. Il tutto di fronte a una cittadinanza e a un'opinione pubblica comprensibilmente scioccate da quanto accadeva all'interno del Tpc”.
Infine: “Da parte di un magistrato tutto ciò è inaccettabile e, anche su questo si concorda con il Cdm, egli (ed essa, ndr) ha denotato una mentalità incompatibile con tale funzione. In una situazione come quella dinanzi descritta una misura diversa da quella della destituzione, quale ad esempio la sospensione per un anno e/o il trasferimento ad altro ufficio, non avrebbe senso: il comportamento della ricorrente è stato a tal punto incompatibile con il suo ruolo di giudice che, a prescindere dal suo comportamento anteriore, non può entrare in considerazione altra sanzione che quella pronunciata dal CdM”.
La destituzione è quindi “l'unica misura in grado di ristabilire un clima di fiducia (e di un minimo di serenità) all'interno di un tribunale che si è trovato confrontato per mesi in diatribe perfettamente inutili, che hanno anche comportato non da ultimo un notevole impegno di alcuni giudici e altro personale nell'evasione delle continue sollecitazioni che il cosiddetto ‘Caos al Tpc’ ha comportato, venendo in questo tolti alle loro usuali incombenze giudiziarie quotidiane, e ciò a detrimento dell'utenza nonché in definitiva anche delle risorse finanziare dello Stato”.