CRONACA
"Non era un rimpatrio forzato: al rifiuto della donna si è annullato tutto". La Polizia replica
Un gruppo di cittadini ha scritto in merito al prelevamento di una famiglia eritrea da Viganello, Pizolli: "in atto una valutazione di dettaglio"

LUGANO – Non è stato un rimpatrio forzato ma un normale volo. E se la donna eritrea dovesse opporsi ancora, a quel punto si rischierebbe realmente il rimpatrio forzato.

È quello che emerge dalle parole di Renato Pizolli, portavoce della Polizia cantonale. A chiamare in causa le forze dell’ordine lo scritto di un gruppo di cittadini, che raccontava di come una donna e i suoi due figli di 8 e 4 anni siano stati portati via da dove alloggiavano e caricati su un volo, con lei in lacrime e i piccoli che vomitavano. Poi sono stati fatti scendere, ma fra una settimana si sa già che si tenterà di farli uscire di nuovo dal Ticino.

“Confermo che è stata accompagnata per un rimpatrio una donna con i due figli da un albergo nell’ambito di una procedura ordinata dall’autorità federale: la Sem (Segreteria di Stato della migrazione). In merito alle modalità di dettaglio dell’operazione, è in atto una valutazione di dettaglio”, ha detto Pizolli a La Regione, confermando di fatto che qualcosa è successo. “La Polizia cantonale ha applicato la procedura prevista in questo genere di situazioni. Non si è trattato di un rimpatrio forzato ma di un normale volo. Al momento del rifiuto esplicito da parte della donna, il trasporto è stato annullato”. Ora deciderà la SEM.

Secondo nostre informazioni, invece, l’altra famigliola eritrea, imbarcata per Brindisi, con mamma e due bambini di cui una gravemente malata, è in Italia. I tre, dato che la bimba, epilettica, con un ritardo mentale e costretta su una sedia a rotelle, sono stati fatti volare su un volo medico, però non hanno trovato nessuno ad accoglierli in grado di fornire le cure necessarie. Del loro destino, ora si sa poco: l’avvocato che ha portato alla luce il caso sta cercando di aiutarli.

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