ECONOMIA
Lo studioso, "con un salario minimo, i frontalieri diventerebbero meno attrattivi. L'effetto sostituzione probabilmente c'è ma non ci sono statistiche certe"
Fabio Losa della SUPSI: "i dati SECO tengono conto solo degli iscritti agli URC. Alcune aziende in una realtà ideale non potrebbero sopravvivere ma lo fanno grazie all'assunzione di lavoratori a basso costo. Sarà un problema sul lungo periodo"
BELLINZONA - Disoccupazione stabile o in calo, aumento dei frontalieri, possibile salario minimo. Come collegare questi tasselli per comporre il quadro dell'economia ticinese e del mondo occupazionale?

La Regione ha intervistato in merito il docente e ricercatore della SUPSI, con un passato all'Ufficio cantonale di statistica Fabio Losa. In merito alla disoccupazione, egli fa notare elementi di cui si è larato spesso in passato.

Prima di tutto, i dati della SECO tengono conto solo di chi è iscritto agli URC, mentre molti giovani, secondo Losa, non si annunciano neppure più, e con questo sistema non vengono calcolate le persone che hanno esaurito il periodo di idennità di disoccupazione ma non hanno comunque trovato un lavoro. Insomma, critiche mosse spesso anche da alcuni politici, che chiedono a gran voce i dati ILO.

Losa specifica che "la quarta revisione della legge sull'assicurazione disoccupazione ha ridotto di molto le prestazioni e ha allungato i tempi di attesa". Non è confortante neppure sapere che la disoccuapzione giovanile è del 60% e che i tempi di reinserimento nel mondo del lavoro sono sempre più lunghi.

Per quanto concerne i frontalieri, la crescita dei posti di lavoro che ha interessato il Ticino, li ha favoriti. Tre quarti dei posti nuovi creati sono infatti andati a persone proveniente da oltre frontiera. Il dato dell'aumento dei posti, comunque, è sfalsato dal fatto che molti sono part time non voluti, e si verifica quindi il fenomeno della sotto-occupazione.

E, sottolinea Losa, l'aumento dei posti di lavoro non corrisponde a una crescita del PIL: "La produttività del lavoro si è abbassata. Uno dei motivi potrebbe essere che in alcuni settori si approfitta di una forza lavoro a basso costo: ci sono aziende che in un sistema ideale non potrebbero sopravvivere, ma lo fanno grazie alle condizioni particolari che permettono di ricorrere ad un costo di lavoro più basso, tramite l'assunzione di frontalieri". Losa non vede un problema sul breve termine, in quanto queste aziende pagano le tasse, mentre sul lungo periodo una bassa produttività porterà a un abbassamento della competitività del sistema.

Per quanto riguarda il salario minimo, tema caldo di questo periodo dopo la sentenza di Neucâtel, lo studioso, citando alcuni studi, dà ragione al padronato: i lavoratori con basse qualifiche costano troppo, per cui non vengono assunti, oppure vengono addirittura licenziati.

Incalzato dal giornalista a passare dagli studi ai fatti, Losa ribatte che in alcuni settori un minimo salariale non sarebbe determinante, chi invece si rivolge al mercato locale e impiega già frontalieri non dovrebbe subire impatti importanti, mentre per chi è fortemente esposto sul mercato internazionale e che hanno subito la forza del franco potrebbero esserci ripercussioni sull'occupazione.

I frontalieri, comunque, diventerebbero meno attrattivi.

Losa spiega come uno studio dice che i lavoratori di oltre confine portano a una pressione verso il basso dei salari, ma come gli stipendi, però, sono saliti in Ticino. Come spiegare dunque i casi di dumping? "Si tratta di un segnale che c'è una certa pressione al ribasso dei salari che però non è stata ancora riscontrata dalle statistiche".

Non ci sono neppure dati certi che certifichino un effetto sostituzione a favore della manodopera frontaliera, anche se per Losa in alcuni settori, in particolare, finanziari, dei trasporti e del commercio al dettaglio, esso c'è. E tocca maggiormente i giovani che vogliono entrare nel mondo del lavoro e i disoccupati che cercano di reinserirsi.

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