POLITICA
Dalla Tami alla Leotta, è sempre cyberbullismo? «La differenza la fanno consenso e consapevolezza»
La consulente in sessuologia Kathya Bonatti ci parla di un tema attuale e delicato. «Una donna è libera di vestirsi come vuole, ma deve sapere che l'uomo si eccita alla vista. Il sexting? Non va mai fatto!»
BELLINZONA - La RSI minaccia di adire per vie legali contro una pagina Facebook, "Il Ticinese Medio", che posta un'immagine della presentatrice Clarissa Tami definendola "una cosa ticinese in cui mi piacerebbe entrare". Diletta Leotta, giornalista sportiva, scende le scale dell'Ariston durante il Festival di Sanremo con un abito sexy per parlare delle foto che le hanno rubato, scatenando un putiferio. E in entrambi i casi, si parla subito di cyberbullismo. Ma lo è davvero? Esiste un nuovo, diffuso modo di violenza sulla donne o si grida troppo "al lupo"? Ne abbiamo parlato con la Life coach e consulente in sessuologia Kathya Bonatti.
Il cbyberbullismo sulle donne è un fenomeno così diffuso?
«Il fenomeno in sé è preoccupante. Vuol dire che un individuo viene preso di mira, denigrato, sminuito, messo alla berlina, diventa vittima e capro espiatorio di attacchi e insulti profondamente offensivi. Rappresenta la gogna che una volta si trovava in piazza, se viene fatto su minori e con modalità di accanimento su una persona è grave, porta a conseguenze psicologiche, fino a quelle più estreme. Sostituisce le botte, lo schiaffo e le vessazioni del bullismo, senza la possibilità di difendersi perché viene divulgato a tutti. Ma il caso Tami, per esempio, non è cyberbullismo».
Ecco, desideravamo proprio parlare di questo caso specifico. Come lo giudica?
«È stata un'affermazione dove si poteva capire che si intende che Clarissa è un sex symbol. È una persona che ha studiato, istruita, ma è anche bella esteticamente, per cui è possibile che susciti il desiderio maschile. Certo, non è stato molto carino definirla una "cosa", avrebbero dovuto dire "vorremmo entrare nella sua vagina", ma sarebbe stato forse ancora peggio nei suoi confronti. Non avrebbe offeso l'essere umano però non avrebbe considerato lei nella sua interezza. Non è cyberbullismo, comunque. Per me deve passare il concetto che si può entrare in una cosa, l'importante è chiedere il permesso e avere il consenso dell'altra persona, dato che una parte della natura dell'essere umano non può essere cambiato, ma va educato».
Quello via web è davvero un nuovo modo di fare violenza sulle donne?
«Ci sono in realtà dei siti dove i componenti sono solo uomini, che tra di loro usano frasari molto pesanti sulle donne, dicendo che sono tutte "t---e", che fanno schifo, che sono delle "c---e in calore", che si meritano tutto. Questi sono i fenomeni pericolosi, sono modalità per sfogare la violenza dove non c'è rispetto. I giovani possono avere il desiderio, ribadisco che ciò che conta è il permesso».
Cosa pensa di coloro che ritengono che una donna si cerchi certi crimini se si veste in modo provocante o sexy?
«Le persone devono essere libere di vestirsi come vogliono e non subire nulla. Una donna può vestirsi per essere seducente e non abusata, d'altronde devono essere consapevoli che gli uomini si eccitano alla vista. Possono eccitare uomini che non controllano i loro istinti, fermo restando che nel torto sono decisamente questi ultimi, non le donne.
Tornando al caso della Leotta, giusto andare sul palco di Sanremo con quell'abito ad affrontare quel determinato tema?
«Dipende dal taglio che si vuol dare. Se sceglie di essere sexy e di far vedere le gambe, va bene perché lo decide lei, mentre non è corretto che le vengano rubate delle foto, anche particolari. Il tutto andrebbe spostato sull'asse del consenso. Vestirsi sexy non le toglie nulla, una donna può essere intelligente pur essendo sensuali».
Parlava di siti di soli uomini che denigrano le donne, esistono anche siti di sole donne che denigrano gli uomini?
«Non credo ci siano. Le donne non pensano che gli uomini siano dei cani in calore, anzi evitano quelli che si comportano così. Come lo spieghiamo? Col fatto che gli uomini si eccitano alla vista. Per loro un abito sexy può essere un incentivo, ma sbagliano. Una donna può scegliere di essere sensuale per essere bella per sé stessa, e non per essere abusata. Poi le donne non hanno la necessità di sfogare la loro violenza sugli altri, basti pensare anche in termini statistici e criminologici, dove sono gli uomini a compiere più crimini di violenza».
Quindi, basta parla di cyberbullismo a ogni pié sospinto?
«Sì. Il fenomeno vuol dire che la persona viene presa di mira e denigrata, e soprattutto se è minorenne è pericoloso. Se invece qualcuno è adulto e si veste in un determinato modo, sa di mandare un segnale agli uomini. Essi possono cogliere il messaggio e devono chiedere il consenso per una relazione sessuale. Ripeto: il consenso è tutto, assieme alla consapevolezza. Per esempio, vi sono luoghi più pericolosi di altri. Il web lo è, ma lo sono anche luoghi poco illuminati in periferia, rispetto al centro.
Cosa direbbe, come consulente in sessuologia, alle ragazze che postano o inviano foto sexy?
«Qui si parla di sexting, che non va fatto mai, anche se viviamo in un'epoca in cui selfie e immagini incentivano l'esibizionismo! Si devono postare foto solo di cui non ci si vergognerebbe mai, che si mostrerebbe a genitori, amici, insegnanti. Anche se inviate al fidanzato, la relazione può finire e per vendetta vengono divulgate in rete. L'unica cosa che funziona per il sexting è la prevenzione e il concetto di non farlo. Va di moda girare video porno a casa, per esempio: che le donne li facciano pure ma li tengano per sé, perché anche i mariti non sono esenti da crudeltà e sadismo. Se l'ego è ferito, l'istinto di vendetta è più forte del rispetto della privacy, e basta un click».
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