POLITICA
La marcia di Bosia Mirra. "I tempi della politica sono lunghi, i migranti hanno bisogno adesso. In Gran Consiglio posso avere un effetto megafono. Ma se non funzionasse nemmeno questo progetto..."
Si prepara a partire per una camminata di solidarietà attraverso la Svizzera. "Quando vedi i tuoi limiti politici e istituzionali, ti rendi conto di dover ripartire dal basso. Ognuno deve lottare per le sue cause, questa è la mia. Dormo serena, di più come singola persona non posso fare"
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"Ci sono delle leggi, e non possono essere violate nemmeno per persone in difficoltà. Devo capire se posso accettare questo". Bosia Mirra per ora non si dimette

28 SETTEMBRE 2017
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Il Partito socialista sta con Lisa Bosia Mirra. "La condanna non disinora la sua persona". E lei fa ricorso

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"Una giornata dura, ma ho imparato a resistere, a sorridere e ad aprire la porta di casa e del cuore anche nei giorni tristi". Lisa Bosia Mirra dopo la condanna

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28 SETTEMBRE 2017
MENDRISIO – È passato un po’ di tempo dalla discussa condanna, cui farà appello, e Lisa Bosia Mirra è di nuovo in pista. Letteralmente, perché inizierà una lunga marcia a piedi. Con quale scopo? Ce lo siamo fatti raccontare da lei, oltre ad approfittarne per fare un po’ il punto della situazione a 360°.

Prima di tutto, come sta?

“Sto bene, sono tranquilla, pronta a partire”.

Ha assorbito la delusione della condanna?

“Ci ho messo un giorno, devo essere onesta. Quella giornata è stata dura ma poi già da quella successiva, pensando a chi vive situazioni ben peggiori delle mie, ero già pronta a ricominciare”.

Adesso ha questo progetto della marcia. Ce lo racconta?

“È una marcia di solidarietà alle persone migranti in senso lato, quindi richiedenti l’asilo, rifugiati ma anche persone che sono in Svizzera da anni e che lavoravano ma che sono caduti in povertà e si vedono revocato il permesso di residenza e sono obbligati a lasciare il paese. Si snoderà attraverso tutta la Svizzera in senso antiorario. Partiamo da Bellinzona il 15 ottobre alle 9, andiamo verso San Gallo e Kreuzlingen attraverso il Grigioni, poi verso Zurigo, Berna, Neuchâtel, Losanna, Ginevra e il 10 dicembre, giornata dei diritti umani, torniamo in Ticino”.

Parla in plurale, chi ci sarà con lei?

“Siamo un gruppo di volontari, di persone civili. Chiunque è benvenuto e può aggregarsi in qualunque momento. È qualcosa di molto trasversale, sostenuta da Solidarieté sans frontiere, dai Verdi, dai cattolici, dalla JUSO. Si tratta di esprimere vicinanza e solidarietà indipendentemente dallo schieramento politico: la solidarietà è trasversale, non ha nulla a che vedere con lo schieramento politico”.

Lei aveva già partecipato alla marcia per Aleppo. Cosa significa, nel gergo della solidarietà e dell’aiuto ai migranti, il camminare?

“Quando vedi i tuoi limiti a livello istituzionale e politico, ti rendi conto che bisogna ripartire dal basso, dalle piazza, dallo stare insieme fra persone, fra gente comune, compresi i rifugiati. Nel camminare metti a disposizione il tuo corpo, la tua fatica, il tuo tempo, vivi le stesse sensazioni dei migranti, anche se attenuate perché ovviamente non abbiamo il rischio di essere deportati o arrestati. Ma ci sono l’incertezza di dove dormire, delle intemperie, è un mettersi sullo stesso piano. È simbolico, ma anche concreto, perché ci saranno petizioni, incontri nelle grandi città”.

Citava un allontanamento dalle istituzioni, l’hanno delusa, quanto meno su questo tema?

“Penso che la Svizzera potrebbe fare di più. Noi accogliamo un numero irrisorio di rifugiati e richiedenti l’asilo rispetto alla necessità di un periodo storico in cui essi non sono mai stati così tanti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Quindi sì, da una parte va fatta pressione sulle istituzioni perché si attivino di più, ma dall’altra ho voglia di vedere e incontrare le persone, di fare un lavoro politico da un altro punto di vista”.

Non crede che nelle aule politiche si possa fare qualcosa per queste persone?

“I tempi della politica son lunghissimi. Ho una mozione sull’accoglienza pendente da due anni, e queste persone che vivono un allontanamento coatto, per esempio, non possono aspettare. Le loro necessità sono impellenti, hanno bisogno di risposte adesso. Non possiamo decidere di accogliere 5mila siriani fra due anni, a loro serve adesso”.

Ritiene che la sua vicenda giudiziaria, di cui si è parlato molto, abbia aiutato a mettere in risalto il tema?

“Sì e ha evidenziato un limite, ovvero la polarizzazione delle opinioni. Quando parliamo dei rifugiati parliamo dell’1-2% della popolazione, una percentuale del tutto marginale, e da un certo punto di vista credo che se ne parli anche troppo. L’accoglienza di queste persone che spesso sono giovani e hanno voglia di lavorare e integrarsi non è davvero un problema. Questa polarizzazione pro o contro ha messo in evidenza un limite”.

Si aspettava così tanti giudizi, anche negativi?

“Se sei donna e ti occupi di migrazione puoi aspettarti questo tipo di reazione. Basti vedere in Italia con la Boldrini o con la Kienge. Non mi ha stupito più di tanto, semmai mi ha colpito la grande solidarietà. Non passa giorno senza che qualcuno mi faccia i complimenti, magari al chiosco a comprare le cicche o all’aeroporto a fare il biglietto, gente che non conosco e che mi ferma. Questo mi ha colpito”.

Diceva che i tempi della politica sono lunghi e che le istituzioni in fondo la deludono. Allora come mai desidera rimanere in Gran Consiglio?

“Perché è importante che questa discussione venga gatta a un livello istituzionale. Io so di mettere in difficoltà, di creare delle frizioni. È giusto che se ne parli ed è giusto farlo da una posizione che permetta di fare da megafono, di amplificare il discorso. Sono cosî conosciuta che la mia voce sarebbe comunque ascoltata? (ride, ndr). Non lo so, a differenza di quanto si creda faccio poca attenzione alle cose, faccio ciò che mi dice la mia coscienza. Se mi dicono che sono brava o cattiva, bella o brutta, io devo andare a dormire serena con la mia coscienza, non con queste persone”.

E
Lisa Bosia Mirra dorme bene?

“Sì, dormo bene, non ho problemi”.

Non è un motivo di turbamento neppure pensare di poter fare qualcosa in più e magari di non riuscirci?

“Lo è ma più di questo è difficile fare per me come singola persona. Ho provato a smuovere la politica e le istituzioni, ho messo la mia faccia, adesso camminerò per 1'000 chilometri. Dopo se anche questo non funzionerà, magari tirerò i remi in barca, chissà”.

Lei è socialista, per definizione il partito che dovrebbe stare dalla parte dei più deboli. Sente di fare abbastanza anche per i ticinesi? È un’accusa che le rivolgono in molti, quella di pensare solo ai migranti..

“Non credo si possano seguire tutte le cause. Ciascuno deve lavorare per quelle che sente più sue. Ci sono bravissimi colleghi di Gran Consiglio, sindacalisti, che si battono per questa causa, come c’è chi lo fa per esempio per l’ambiente. Rispetto tutti, ma questa è la mia causa. Credo che si debba fare ciò che si sa fare bene, io conosco a fondo questo settore ed è quello in cui mi sento più a mio agio. Non saprei fare lo stesso col lavoro come un sindacalista, non conosco per esempio dumping eccetera”.

Paola Bernasconi

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