POLITICA
L'addio di Bosia al Parlamento. "Un luogo asettico, pieno di personalismi e con un livello intellettuale basso"
La socialista non si è ricandidata. "Dopo le vicende giudiziarie, ho parlato poco, ma forse ho sbagliato. Ai ticinesi dico: quello che ha fatto la destra è gravissimo, siate prudenti e lungimiranti nel votare"

BELLINZONA – In molti, ieri, lasciando l’aula del Gran Consiglio, hanno scattato foto ricordo. Nessuno è più sicuro di tornare, su quei banchi. Molti dei deputati uscenti sono candidati e sperano di avere a disposizione (almeno) altri quattro anni per i loro programmi. Chi invece è uscita dalla sala senza guardarsi indietro con nostalgia è Lisa Bosia Mirra. Il Parlamento, ha constatato sin da subito, non faceva per lei e per il suo modo di esprimersi.

La legislatura è finita, così come l’avventura in Gran Consiglio (almeno per ora, in futuro non si sa mai): che sentimenti prova?

“Sono tranquilla, serena, ho un sano ottimismo per il futuro, contemporaneamente sono preoccupata per le elezioni imminenti. Sembra che si affermerà la destra, fattore che non stupisce ma preoccupa”.

Lei non sarà della partita. È sempre convinta di aver fatto la scelta giusta oppure c’è stato un momento in cui avrebbe avuto voglia di essere fra i novanta candidati socialisti?

“Assolutamente no, sono convinta. Il Gran Consiglio per me è un luogo di frustrazione e impotenza”.

Ci spiega come mai?

“Il PS è in minoranza, quindi anche quando propone qualcosa nell’interesse di tutti, le idee rimangono a lungo nei cassetti e quando arrivano in aula vengono sistematicamente affossate da una destra liberista, che fa drammatici tagli al sociale. Non potendo fare un’opposizione dura come quella di Pronzini, risultiamo in qualche modo inefficienti”.

A livello personale non si è trovata bene in quell’aula, vero?

“A me piace concretizzare. Ho bisogno di vedere che ciò che è importante per me si concretizza. In Gran Consiglio è tempo buttato. La pazienza richiesta per i lavori mi manca. Ho scoperto man mano che era così, pensavo che avrei potuto portare di più in relazione a temi e argomenti che mi stanno a cuore. Certamente essere lì vuol dire avere l’accesso ai media e poter parlare a un numero maggiore di persone, però non è stato soddisfacente, sento il bisogno di rivolgermi a un pubblico ancora più ampio”.

Si rimprovera qualcosa durante questi quattro anni?

“Ho sempre il dubbio di non aver fatto abbastanza atti parlamentari. Da qualche parte vedo che per l’80% vanno a finire in nulla. Avrei potuto far di più, ma per cosa, per far lavorare le commissioni? Ho fatto quel poco che potevo, al meglio che mi riusciva, dunque sono tranquilla”.

Quando ha capito che non faceva per lei?

“Dal primo giorno ho compreso che non era il luogo idoneo per il tipo di discorsi che volevo portare avanti. C’è una ritualità, sono emersi subito personalismi, è un ente molto auto celebrativo, poco votato ai bisogni del popolo. Per me manca una finestra sulla piazza: servirebbe poter guardare la gente mentre si lavora e che loro possano guardare noi, sono certa che alcune decisioni non verrebbero prese se vedi in faccia chi subisce le scelte prese. Invece è una sorta di luogo asettico, in cui per il fatto che sono elette le persone si sentono speciali, mentre in realtà sono assolutamente normali, spesso con competenze e conoscenze limitate, prevale il pressapochismo. Il livello intellettuale è davvero basso. Mi è venuta voglia di dimettermi? Certo, ogni giorno, continuamente. Però quando si prende un impegno di fronte al popolo, sei stata votata, hai il dovere di rappresentarlo meglio che puoi”.

Quanto ha influito nella sua storia politica il fermo e poi il processo (per aver aiutato delle persone in cerca di asilo senza documenti a entrare in Svizzera)?

“Sicuramente ha avuto il suo peso. Mi sono sentita meno legittimata a parlare, dopo le vicende giudiziarie ho parlato davvero il meno possibile. Forse è stato un errore, c’è chi non si fa problemi… In prima istanza sono stata condannata, pur essendoci un appello, ho rispetto del sistema giudiziario e quindi il fatto di prendere la parola, dire la mia opinione, fare la morale agli altri, non mi pareva corretto. Lo farò ora fuori dall’aula! Ho pensato di dimettermi perché non mi sentivo adeguata per un certo tipo di lavoro, ma non per la condanna, anzi è il contrario. In Ticino fa strano, ma in Svizzera francese ci sono tanti deputati, Consiglieri di Stato, sindaci, Municipali che si impegnano nelle questioni migratorie infrangendo la legge. Penso sia corretto che sia rappresentato chi ritiene che la società così non è giusta”.

Cosa vuole dire ai ticinesi che andranno a votare?

“Votando destra si tagliano le gambe da soli.. Quello che ho visto fare alla politica del welfare in questi anni in Ticino è inenarrabile, gravissimo. La politica di destra penalizza proprio chi li vota: siate prudenti, siate lungimiranti e votate chi assicura il miglior futuro possibile alle nuove generazioni.”

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