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Brenno Martignoni: Jules Rothlisberger e la leggenda del Ponte di San Michele
Svizzero di Neuchâtel, enfant prodige dell’ingegneria, aveva già realizzato opere ardite prima di questo capolavoro dell’archelogia industriale. La presunta tragica fine del suo creatore, tra leggenda e realtà, è ancor oggi velata di mistero

 

di Brenno Martignoni Polti

 

Ponte San Michele. In quei paesaggi. Già ispirazione di dipinti di Leonardo Da Vinci. Tra Calusco e Paderno. Costruito fra il 1887 e il 1889. A unire le realtà economiche del milanese e della bergamasca. Separate dal fiume Adda. Progettista. Un elvetico. Jules Rothlisberger. Ingegnere. Enfant prodige. Al tempo, poco più che trentenne. Neocastellano. Nato il 17 febbraio 1851. Studi al Politecnico federale di Zurigo. Tra il 1868 e il 1872. Fuoriclasse in strutture in ferro. Suo, il viadotto di Berna sull’Aar. Che collega la collina di Kirchenfeld con il centro. Aperto il 24 settembre 1883. Lungo 229 m. Due archi. Con una luce di 87 m, ciascuno. A 37 m dall’acqua. Formidabile referenza per la commessa sull’Adda. Infatti, tra diversi concorrenti, a spuntarla, proprio Rothlisberger. Con un’idea ardita. La campata unica. Fino ad allora. Solo due precedenti. In Francia, su disegno di Gustave Eiffel. In Portogallo, su piani di Théophile Seyrig.  Il ponte San Michele, che unisce la sponda bergamasca con quella brianzola, fa 266 m. Una volta di 150 m di corda. Due livelli. Sopra, le auto. Sotto, i treni. Capolavoro di archeologia industriale. Arco più grande del mondo, all’epoca. Vanta una storia unica. Tra l’altro, dal 2017, in predicato Unesco. Per rilevanza. Paragonabile alla Torre Eiffel. Custodisce un mistero. Una leggenda metropolitana. La presunta tragica fine del suo ideatore. Si sarebbe buttato, il giorno dell’inaugurazione. Temendo il crollo della sua creazione. Sennonché. Nulla di vero. Jules Rothlisberger non morì suicida. Scomparve, sessantenne. In patria. A Neuchâtel. Per una polmonite. Il 25 agosto 1911. Comunque. A ben guardare, all’apertura. Sul serio. Qualcosa capitò. Una meteo da diluvio. Di fine maggio. Durante il passaggio del treno che serviva a testare la tenuta, uno degli operai, ancora al lavoro fra i tralicci, perse l’equilibrio. Precipitò così nelle acque sottostanti. In caduta libera. Raggelati. Tutti a temere il peggio. Invece. Miracolo. Riemerse sano e salvo. Forse, questo episodio, ad alimentare le prime dicerie. Accresciute dall’invidia attorno all’opera di Jules Rothlisberger. Una testata dell’epoca. “Il giovane ingegnere ci raccontava quanto grande era la diffidenza, anche in molte persone dell’arte, circa la riuscita dell’impresa. Non parliamo poi di timori profani. Vedrete, dicevano questi, vedrete quante disgrazie”. Per contro, neppure la scomparsa, nell’autunno 1906, della contessa Barni. Nobildonna di Bergamo. Poté avvalorare siffatte cassandre. Gli indumenti ritrovati sul ponte di Paderno, fecero pensare al gesto estremo. Il fatto colpì l’immaginario collettivo. Tenendo banco sulla stampa. Finchè, l’interessata ricomparve. A Merate. A casa della madre. Mettendo a tacere, per sempre, ogni congettura. Intanto. Jules Rothlisberger. Fortunatamente. Noncurante. Aveva continuato a realizzare opere egregie. In Ungheria. In Romania. Fino, al ponte della Becca, sulla confluenza del Ticino. A unire l’Oltrepò Pavese a Pavia. Inaugurato nel 1912. Ennesima perla. Postuma. Di genio. Delle meraviglie.

 

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