CORONAVIRUS
Il Covid porta a nebbia cognitiva? Secondo uno studio, solo le prime varianti
L'incidenza di problemi di memoria, di concentrazione e di attenzione in pazienti che hanno contratto il Coronavirus è decisamente diminuita col mutare del virus. Nel 60% dei casi comunque il disturbo si è risolto in sei mesi spontaneamente

MILANO - Le prime varianti di Covid hanno causato una serie di problemi neurologici definiti come "nebbia cognitiva", che non per forza è associata ad altri sintomi che portano al Long Covid. In molti casi si sono risolti in modo spontaneo e si è rilevata una incidenza minore man mano che mutavano le varianti. 

La nebbia cognitiva è, caratterizzata da scarsa capacità di pensare, difficoltà a focalizzare l’attenzione, confusione soggettiva e dimenticanza, uno studio italiano ha rivelato come tra il 20% e il 30% di coloro di chi si è ammalato di Covid lamentava problemi di concentrazione e di memoria.

Lo studio in quesione è denominato Neuro-Covid Italy, è stato promosso dalla Società Italiana di Neurologia (Sin) e pubblicato sulla rivista Neurology. Ha coinvolto 38 unità operative di Neurologia in Italia e nella Repubblica di San Marino ed è durata da marzo 2020 fino a giugno 2021, con successivi controlli fino a dicembre 2021 su quasi 53mila pazienti che erano stati ospedalizzati per il virus. Ed è risultato che circa 2mila soffrivano dei cosiddetti disturbi Neuro-Covid, compresa appunto la nebbia cognitiva.

“La ragione più probabile della riduzione sembra quindi legata alle varianti del virus, che passando dalle prime (dalla Wuhan fino alla Delta) lo hanno reso meno pericoloso per il sistema nervoso. Con Omicron e la diffusione dei vaccini, la situazione è poi andata ulteriormente migliorando e i disturbi neuro-Covid sono ora diventati molto rari", ha spiegato al Corriere della Sera Simone Beretta, neurologo presso la Fondazione San Gerardo, primo autore dello studio in oggetto, citando alcuni numeri: nella prima ondata, le persone con problemi neurologici sono state l'8%, alla seconda il 3% (mentre se si pensa alla sola nebbia cognitiva, le percentuali sono decisamente più alte). La buona notizia è che poi tutto si è risolto in sei mesi per circa il 60% dei pazienti.

Ma per qualcuno la diminuzione dell'incidente dei problemi di memoria non è data solo dal mutare delle varianti, bensì da questioni psicologiche. “Quando si parla  di disturbi cognitivi post Covid", ha infatti detto la psicologa Valentina Di Mattei, coordinatrice del Servizio di Psicologia Clinica della Salute dell’Ospedale San Raffaele di Milano, "non va dimenticato che essi possono intrecciarsi ad altri disagi sperimentati da molte persone durante e dopo la pandemia: ansia, depressione e stress si sono spesso aggravati in chi già soffriva di disturbi psichiatrici, creando un circolo vizioso con l’insonnia. Arrivare a una diagnosi – sottolinea – è quindi tanto importante quanto complicato, anche in considerazione del fatto che i disturbi possono essere molti e intersecarsi fra loro. Serve dunque un’attenta valutazione, che non può prescindere sia dalla storia clinica del paziente che ha avuto il Covid sia dalla sua condizione psicologica precedente l’infezione virale”. 

Se molte situazioni si sono risolte spontaneamente, altre vengono curate con trattamenti sviluppati per ictus e lesioni cerebrali traumatiche. Vengono anche proposto videogiochi che permettano di svolgere un allenamento cognitivo che sia applicabile su larga scala.

 

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