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Il futuro secondo Renzetti, "ho donato 10mila franchi al Locarno perché se vogliamo fare calcio in Ticino dobbiamo trovare forza dalla solidarietà"
Il Lugano ha contribuito con 10mila franchi alla raccolta di Ghiringhelli. "Volevo dare un segnale, è l'unica via percorribile nel nostro Cantone, che calcisticamente è isolato dal resto della Svizzera, per divertirci come gli altri. Sono sempre dell'idea che la struttura deve essere a piramide"
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Ghiringhelli ha raccolto 65mila franchi. "Giudici, emettete una sentenza col cuore in mano: date ancora qualche mese al Locarno. Io ci sarei"

15 GENNAIO 2018
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15 GENNAIO 2018
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Il disegno di Ghiringelli fa... tombola! Promessi 10mila franchi e rinasce l'entusiasmo, "tutto potrà aiutare a ottenere una proroga per il Locarno". 600 franchi da Decarli

14 GENNAIO 2018
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14 GENNAIO 2018
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"Un ex dirigente mi ha telefonato per provare a dissuadermi a salvare il Locarno", denuncia il Ghiro. Ormai il tempo è scaduto, ma ci sono due idee originali

13 GENNAIO 2018
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13 GENNAIO 2018
LUGANO – Come nelle favole, ha scritto Giorgio Ghiringhelli. La sua azione per tentare di salvare il Locarno si è conclusa oggi (la società per contro ha ricorso contro il fallimento, e si attendono notizie): all’ulltimo momento si sono aggiunti alla somma Bruno Martignoni, ex giocatore ora al Chiasso, con 500 franchi, e Marco Perazzo, attuale capitano della formazione locarnese, con 200 franchi. Ma a stupire tutti, e a far parlare di favola, sono i 10mila franchi promessi da Angelo Renzetti a nome del FC Lugano, per “dare un segnale”. Il totale è ora di 75'800 franchi. 

Abbiamo raggiunto il presidente bianconero per commentare la sua scelta.

Come mai ha deciso di promettere questi soldi?

“Io penso che a un certo momento debba esserci una certa solidarietà tra squadre di calcio in Ticino. È un segnale importante. Sono locarnese, ho giocato lì, ho passato la mia infanzia in riva al Verbano, mio figlio vive lì, per me era un atto dovuto, augurandoci che vada bene”.

La donazione è a nome suo personale o del Lugano?

“Del Lugano, che poi sono io (ride, ndr)”. Volevo appunto dare un segnale, tra squadre dovremo fare tutti qualcosa, se lo facciamo il Locarno riuscirà a sopravvivere. Certo, dovrà cambiare il management e altre cose, però non fare niente con scuse mi sembra riduttivo”.

È particolare il fatto che una squadra ne aiuti un’altra…

“Il Ticino è una zona isolata calcisticamente dal resto della Svizzera. Da una parte abbiamo le Alpi, parlano un’altra lingua, hanno un bacino più grande dove muoversi. Noi dobbiamo trarre la forza dalla solidarietà fra noi se vogliamo far calcio e divertirci come nel resto del Paese”.

L’avrebbe fatto, ipoteticamente, anche per altre compagini?

“Sicuramente, ad altre squadre abbiano dato giocatori. È l’unica strada percorribile in Ticino per farci fare un salto di qualità”.

I tifosi del Lugano hanno capito?

“Prima di tutto ho dato tanto al Lugano, quanto donato al Locarno è un millesimo. Non penso la prendano male, non credo siamo così indietro”.

Si aspetterebbe che, nel malaugurato caso ci fosse bisogno, gli altri aiutino il Lugano?

“Non l’ho fatto per quello, me lo sentivo e il mio gesto è venuto dal cuore”.

Come mai molte squadre hanno difficoltà? Non ci sono più soldi o è il calcio di oggi che chiede troppo? Pensiamo al Wohlen, che ha già rinunciato alla licenza per il prossimo anno, e non è un caso isolato.

“Quello è un altro discorso, la SFL chiede troppo, il campionato è strutturato male. Non si può tenere una squadra professionistica in sobborghi come Wohlen dove mancano le infrastrutture e la federazione obbliga a rifarle, o dove non ci sono i numeri per il professionismo. Qui è un problema di struttura, che va rivista. Il Locarno invece è una problematica legata al Ticino. Sono state perse tante occasioni in Città. Il Locarnese può certamente permettersi una Prima Lega Promotion, per anni l’ha fatta senza troppi problemi. Questa situazione arriva probabilmente da lontano, già dai tempi della Challenge League, con tutta la storia che c’è stata con il club paraguaiano e non solo, il tutto è diventata una valanga”.

Non pensa comunque a Team Ticino? La sua idea resta quella della piramide, come sosteneva già quando se ne discuteva e c’erano quattro ticinesi in Challenge League?

“Sì, il calcio ticinese deve essere una piramide, non deve essere Lugano o Bellinzona. Bisogna andare avanti all’unisono, collocarci dove possiamo, non dove ci porta l’esaltazione”.

A Lugano invece come va? Ha trovato qualche valido aiuto?

“Il discorso è più complicato, perché sono impegni importanti, stiamo lavorando per migliorare anche in quel senso”.

Per quanto riguarda al campo, a cosa puntate nella seconda metà di stagione?

“Prima di tutto salvarci, poi vedere se può succedere qualcosa in più. Europa League? Non è quello l’obiettivo, vogliamo mantenere la categoria, se ci riusciamo in tempi brevi possiamo anche sognare. Nel calcio bisogna sognare senza perdere di vista la realtà”.

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