CRONACA
Genitori che non amano i figli. "Le famiglie sono spesso le sette più pericolose. Giusto dirlo ma non in tv"
Un concorrente del Grande Fratello ha pronunciato frasi shock, dicendo che non gli importerebbe se le figlie morissero. Kathya Bonatti: "Si chiamano genitori anaffettivi o frigorifero, causano ferite psicologiche profonde"

ROMA – Frasi shock all’interno del Grande Fratello: il concorrente temporaneo Alberico Lemme ha ammesso di non amare le sue figlie, di non aver provato nulla al momento della loro nascita e addirittura che “ho detto loro che se morissero non me ne fregherebbe niente”, scatenando la reazione furibonda di qualche coinquilino.

Possibile dire così delle proprie creature? Ne abbiamo parlato con la Life Coach e consulente in sessuologia Kathya Bonatti, che su questi temi ha scritto “Madri e padri manipolatori”.

“Queste parole vanno contro i dogmi della nostra società secondo cui i genitori amano incondizionatamente i figli, sempre e in qualsiasi caso. È una favola che non corrisponde alla realtà. La prima cosa che mi verrebbe da dire è finalmente qualcuno dice la verità di quello che sente. Dal punto di vista di me come autrice del libro, perché i racconti a cui ho assistito mi hanno portato ad affermare che la famiglia è la setta più pericolosa del mondo, al cui interno accadono cose inenarrabile. Ci sono famiglie felice e altre problematiche, coperte dall’omertà delle mura domestiche. Per la prima volta Lemme ha confessato la verità. Il problema è che l’effetto di questa capacità di provare sentimento e di empatia ricade sui figli, è scorretto verso di loro. E farlo uscire in un contesto come il Grande Fratello è sadico verso le figlie stesse”.

Come è possibile rendersi conto, come ha raccontato, di accorgersi al momento della nascita di non provare nulla?

“A volte succede anche alle donne, che fanno i figli perché la società le vuole nel ruolo di madri, per l’orologio biologico, perché tutte li hanno, quando poi arriva il figlio reale e si devono scontrare con la differenza fra la realtà di essere madre e l’ideale di esserlo e i problemi sovrastano tutto. Qui esce la problematica dei figli rifiutati perché la madre li voleva nel proprio ideale, quando poi si è scontrata con la realtà non li accetta più”.

Come vivono questi figli?

“Malissimo, perché portano le ferite dei non amati, per tutta la vita, o finchè non le rielaborano. Si tratta di quelle del rifiuto, del tradimento del ruolo genitoriale, dell’abbandono, dell’umiliazione, dell’ingiustizia. Soprattutto quelle del rifiuto e dell’abbandono, inteso come non prendersi cura dei bisogni, prima di tutto di essere amati. I genitori dovrebbero amarli in modo incondizionato e invece non provano nulla o li detestano, sono definiti anaffettivi, o frigorifero”.

Possono essere comunque dei bravi genitori, dal punto di vista educativo, magari nascondendo i loro sentimenti?

“Assolutamente no. Quando i bambini sono piccoli hanno bisogno soprattutto dell’affetto, della vicinanza, del calore, delle coccole, degli abbracci. Quando crescono ci sono quelli culturali, di svago, di educazione, inizialmente solo del nutrimento affettivo, su cui si basa la stima di sé. I bimbi non imparano dai genitori solo come mangiare o quello che devono studiare, bensì anche se devono amarsi oppure no, diventano quel che diventano negli occhi di mamma e papà. Se non sono amati sentono di non avere un valore e non si amano, la loro vita è compromessa dal punto di vista della stima di sé, relazionale, affettivo, a volte anche professionale”.

Questi figli potranno essere buoni genitori o automaticamente saranno come i genitori?

“Potranno essere bravi genitori che amano solo se avranno capito che i loro sono stati genitori inadeguati, e dunque cercheranno di non rifare lo stesso errore. Vogliono dare più amore ai propri figli, non avendone ricevuto? Dipende se lo comprendono. In genere se non ami i figli tu stesso non sei stato amato, è una coazione a ripetere, per loro non avere un nutrimento affettivo è amore perché è ciò che hanno ricevuto”.

Come si può capire e rendersi conto di non volere figli e di essere condizionati dalla società, come diceva lei prima?

“Nel libro ho parlato di genitorialità consapevole. C’è un elenco di domande che i partner possono farsi prima di scegliere di avere un figlio. Perché voglio averlo? Quali sono gli obiettivi? Tutti e due siamo d’accordo nel volerlo? Che cosa siamo in grado di dare dal punto di vista emotivo, affettivo, anche economico? Siamo in salute? Concordiamo col partner sul modo di educarli? Vanno fatte, rispondendosi si acquisisce maggior consapevolezza per capire se si è pronti o se non si ha nulla da dare”.

Una persona che ha una relazione con un figlio non amato cosa può fare per colmare le lacune in termini di amore?

“La strada non è questo. Se il partner lo nutre, questa persona sta bene, se lo abbandona crolla. L’unico modo di sanare quelle ferite è lavorare su sé stessi e imparare ad amarsi da soli, per sé. Con un partner si deve condividere l’essere adulto, non compensare delle lacune, sennò quel castello crolla”.

L’amore di un genitore può nascere più tardi, dopo qualche anno, oppure se non c’è non c’è?

“Si può imparare, ma i danni fatti rimangono”.

Colpisce il fatto che Lemme dica che anche in caso di morte non gli importerebbe nulla. Spesso si soffre per il decesso di conoscenti…

“Figuriamoci per le figlie che lo sentono, che coltellata! Di solito questi genitori non lo dicono ai quattro venti, farlo in televisione vuol dire umiliare ancora di più. Vedo un lato sadico di questo genitore, una crudeltà gratuita per quei ragazzi che si portano addosso il marchio anche mediatico. Meno male per la società che l’ha detto, perché chiarisce che essere un padre automaticamente non significa amare i figli, fa vedere un’altra parte della verità. Ma per le figlie è davvero tossico”.

 

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