CRONACA
La psicologa: "Siamo disposti a prendere una scelta azzardata come riaprire le scuole sulla base di non certezze?"
Il parere di Silvia Mariana De Marco: "Avere i ragazzi a scuola aiuterebbe i genitori lavoratori, ma comunque sarebbe solo per poche settimane. E non ci sono prove che l'apprendimento con la didattica in presenza sia più efficace"

di Silvia Mariana De Marco*

Scuole aperte o chiuse? È questo l'argomento su cui nelle ultime settimane si sta combattendo un'accanita battaglia, specchio dell'incertezza che ha portato questo virus.

Personalmente ritengo che essere pro-riapertura sia un atteggiamento tanto ottimistico quanto estremamente incauto. Le statistiche a cui ci si sta affidando sono certe (la matematica non è un'opinione) ma non sono certezze assolute, e l'evoluzione di questo virus è tutt'ora in corso ergo quello che è certo oggi, potrebbe non esserlo già più domani.

Indubbiamente ci sono degli aspetti positivi a diversi livelli nella riapertura delle scuole: ritorno alla routine per bambini e famiglie, un aiuto nella gestione temporale dei bambini (i genitori che non hanno mai smesso di lavorare non hanno potuto far affidamento a baby sitter o a parenti come capitava prima) e il ritorno a una didattica maggiormente esperita e quindi più funzionale (sia ai bambini sia ai docenti).

Analizzando il primo punto (il ritorno alla routine), è indiscutibile che per i bambini sia benefico e rassicurante avere le giornate impostate secondo uno schema preciso e ripetitivo, schema che si è interrotto bruscamente e - soprattutto per i più piccoli - senza una ragione comprensibile. Nonostante ciò, attualmente i bambini e i ragazzi hanno appena cominciato ad abituarsi alla didattica a distanza: interrompere anche questa nuova routine, costata tempo e fatiche, potrebbe non essere così benefico per il loro apprendimento e per il loro equilibrio emotivo.

Riguardo invece alla didattica vis-à-vis possiamo dire che, essendo la tipologia di didattica con cui soprattutto i docenti hanno maggiore dimestichezza, è probabilmente più efficace per la maggior parte dei docenti stessi. Ma non vi è una correlazione diretta tra didattica in presenza e maggiore efficacia d'apprendimento, soprattutto per quanto riguarda gli adolescenti (fine scuole elementari/scuole medie/liceo), che hanno maggiore dimestichezza degli adulti con i dispositivi mobili e internet.

Se da una parte è vero che non tutte le famiglie possono permettersi i dispositivi mobili richiesti (smartphone, tablet, computer), dall'altra è pur vero che alcune famiglie hanno investito economicamente e temporalmente in questo senso e sarebbe alquanto squalificante vanificare i loro sforzi. 

La gestione temporale dei bambini, soprattutto quelli più piccoli, è l'ultimo punto che vorrei analizzare. L'improvvisa situazione di reclusione ha costretto molti genitori lavoratori a doversi ingegnare per l'affidamento dei figli negli orari di lavoro, non potendo più affidarsi a parenti o a baby sitter; la riapertura delle scuole indubbiamente aiuterebbe questi genitori, seppure parzialmente.

Questo aiuto infatti durerebbe poche settimane, poiché ormai siamo a fine anno scolastico: una volta iniziati i mesi di vacanza estivi, questi genitori si ritroverebbero a dover gestire nuovamente il problema da soli, senza aiuti. Per poter aiutare veramente questi genitori, si dovrebbero trovare alternative migliori e più a lungo termine, e a mio parere sarebbe doveroso che venissero dallo Stato e/o dai vari luoghi di lavoro.

Questi aspetti positivi sono però sufficienti a supportare la riapertura delle scuole? Non solo la situazione tornerebbe allo stato attuale molto velocemente, ma oltretutto questa pandemia è ancora in evoluzione e la stessa comunità medico-scientifica fatica a fornire delle previsioni attendibili e certe.

Siamo disposti seriamente a prendere una scelta azzardata - che si ripercuote in maniera imprevedibile sulla salute fisica - sulla base di non-certezze? E di farlo sulla pelle dei bambini e dei ragazzi (ma non solo, la scuola è popolata anche dagli adulti)?

Se da una parte è comprensibile la necessità di un ritorno alla routine e di avere delle certezze inoppugnabili, dall'altra dobbiamo fare attenzione a non sacrificare la salute e la sicurezza personale e comunitaria per queste necessità. Prolungare ulteriormente questi nuovi comportamenti di prevenzione estrema mette senza dubbio alla prova l'integrità psicofisica e le risorse economiche di molti, ma riuscire a protrarli è espressione dell'assunzione di un atteggiamento di grande responsabilità.

Siamo noi adulti che dobbiamo essere responsabili anche e soprattutto per coloro che non possono esserlo per sé stessi, come i bambini. Se veniamo meno a questa responsabilità, abbiamo fallito come adulti e come uomini.

*psicologa

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