CRONACA
Eldorado Ticino? Un frontaliere racconta: "Vittima di mobbing da parte di miei superiori italiani"
La testimonianza di un uomo del Varesotto e quella di una donna che lavora nel settore finanziario: "Stipendi più alti. Ma non è tutto oro quel che luccica"
TiPress

COMO - “Sono nato e cresciuto in un paesino di confine della provincia nord di Varese, ho lavorato per 15 anni in Svizzera e ho subito del mobbing da parte dei miei responsabili italiani che alla fine mi hanno rimpiazzato con un altro frontaliere Italiano, più giovane, più fresco ma a differenza del sottoscritto a un’ora e trenta minuti di viaggio, mente io residente in un paese di frontiera potevo garantire la raggiungibilità in 45 minuti”.

È l’ennesima testimonianza di frontalieri raccolta dal portale news comozero.it. Il protagonista, Vittorio, racconta la sua esperienza negativa e, sollevando un problema inedito, si aggiunge alle tante voci che in queste settimane hanno messo in discussione il mito dell’Eldorado ticinese. Voci critiche, che raccontano le difficoltà e i disagi con i quali i frontalieri sono confrontati, dalle lunghe colonne quotidiane ai rischi di licenziamento. Vittorio prende spunto dall’intervista che il portale ha fatto a una frontaliera che lavora da una trentina d’anni in ambito finanziario. Titolo: “Confessioni di una frontaliera di lusso: Pentita di lavorare in Svizzera? Nì, non è tutto oro quello che luccica”.

Racconta la donna, 54 anni, di essere “una frontaliera di lusso perché fortunatamente dispongo di un’auto aziendale, visto che il mio posto di lavoro non è raggiungibile con i mezzi pubblici, ma proprio per questo una frontaliera condannata a ore di coda ogni giorno, minimo un’ora e mezza se non due al mattino e altrettante la sera, tre ore e passa della mia vita buttate via, non retribuite e letteralmente trascorse ad arrabbiarmi (…). Oltreconfine ci sono una miriade di cantieri stradali che rallentano il traffico e una miriade di frontalieri che si spostano tutti alla stessa ora passando tutti per due dogane per tornare a casa. Non nascondo che ci sono giorni che mi domando se ne valga davvero la pena”.

A far pendere sempre e comunque la bilancia per un posto in Svizzera, è lo stipendio, decisamente più alto che in Italia: “Se così non fosse mi sarei licenziata da anni, anche perché le tutele per i lavoratori frontalieri sono decisamente minori che in Italia a partire dalla maternità (…). Io guadagno circa il 50% più di quanto guadagna una mia amica che svolge il mio stesso lavoro a Milano. Non poco, non lo nego. Ma lei in 45 minuti tra treno e metro è in ufficio, ha tutele che io mi sogno e fa il venerdì in smart working da casa, cosa che in Svizzera è possibile solo sulla carta, perché nella realtà è molto molto difficile che venga concesso. Ho provato a chiederlo più volte dopo il Covid, ma mi è stato risposto sempre picche e, vista l’aria di licenziamenti che tira ultimamente, evito di riprovarci”.

Domanda: ma allora, verrebbe da chiedersi, perché non mollare tutto e cercare lavoro in Italia? “La risposta è semplice: perché, per quanto poco tutelati, sfruttati e condannati a ore di coda, i lavoratori frontalieri guadagnano di più che in Italia e questo è un dato oggettivo. E poi ho quasi sessant’anni, chi mi assumerebbe? Il mio è lo stipendio principale della famiglia e negli anni ci siamo assunti impegni economici a lungo termine che non potremmo continuare a sostenere se io lavorassi in Italia quindi, se mi sarà permesso, continuerò la vita da frontaliere. Non sputo nel piatto in cui mangio, sarei ingrata a farlo, ma a mio figlio ho consigliato di pensarci bene, quando sarà il momento di cercarsi un lavoro, perché alle condizioni in cui lavoro io, secondo me non ne vale la pena”.

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