CRONACA
Il processo a Bosia Mirra. "Ho provato ad aiutarli in modo legale, poi... Mi auguro sempre di non incontrare persone bisognose per strada, non credo riuscirei a non fermarmi"
La deputata socialista ritiene che quanto fatto è stato "inevitabile". È consapevole che il suo ruolo di granconsigliera complicava il tutto, "se mi avessero presa sarebbero stato un pasticcio, ma non avevo scelta. La violenza vista a Como non l'avevo notata da nessuna parte"
CRONACA

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BELLINZONA – Ha violato la legge e dunque va punita? L’ha fatto per scopi umanitari e dunque va assolta? Lisa Bosia Mirra è a processo da questa mattina a Bellinzona, al Tribunale penale. Le prime ore sono state dedicate all’interrogatorio dell’imputata, che con schiettezza ha raccontato i motivi che l’hanno spinta ad aiutare dei migranti a entrare illegalmente in Svizzera.

I viaggi che ha favorito sono stati nove, il primo dei quali è servito a trasportare due siriani, zio e nipote, che volevano ricongiungersi con la famiglia. Solo una persona desiderava rimanere in Svizzera, le altre la volevano attraversare, e Bosia Mirra era consapevole che, in questo caso, sarebbero stati respinti. Spesso, dunque, ha fatto da auto civetta, ed ha anche pagato il treno fino a Francoforte.

Ha pure ospitato a casa sua dei profughi che erano già entrati in Svizzera, “ho sentito in loro la stessa paura che avevano gli schiavi dell'Alabama. Perché se non arrivavamo noi, arrivavano le Guardie di confine. È stata una sensazione molto forte, non potevo non aiutarli”, ha raccontato.

Per lei, il nocciolo è questo: era inevitabile fare qualcosa, non si poteva far finta di nulla, pur infrangendo le leggi. "Io le leggi le ho sempre rispettate, tranne che in questo ambito. Ma non potevo fare altrimenti”, ha detto infatti. Ha sempre cercato di aiutare solo minorenni, e non sono mancati inganni, come un 22enne che si è fatto passare per 17enne. Ma non ha perso il suo spirito umanitario.

Il tutto è cominciato, a Como, a metà luglio, precisamente il 14. In una giornata, i migranti erano passati da 50 a dieci volte tanto. "La violenza di quello che ho visto a Como non l'avevo mai vista da nessuna parte. Eppure ho lavorato per l'Ufficio della migrazione, per il Soccorso operaio, ho viaggiato molto in Africa. A Como c'era gente che stava davvero male, che aveva bisogno di aiuto”: parla di scabbia, di tubercolosi, donne incinte a pochi mesi dal termine, e nonostante la sua associazione, la Firdaus, avesse un conto considerevole, non erano i mezzi il problema, bensì i luoghi, dato che nessuno voleva accogliere queste persone.

E si arriva al fatidico giorno del fermo, quando stava facendo da civetta per un uomo che trasportava degli eritrei. Egli, già condannato, è parzialmente in AI, e aveva detto ai clandestini di fingere, se fermati, di essere stati caricati solo 10 minuti prima. Informazioni che Bosia non aveva, non conosceva, ha sostenuto, la persona, e l’sms di istruzioni forse l’aveva ignorato. Un'ingenuità, ammette.

Ma come mai ha fatto solo la civetta, in tutti i viaggi? La risposta mostra come la socialista fosse consapevole dei rischi, “ero consapevole che essendo in Gran Consiglio se mi avessero presa sarebbe stato un pasticcio. Mi rendevo conto che non avrei dovuto farlo, ma non avevo scelta”. Di nuovo: quello che ha fatto, per lei, era inevitabile. E lo sarebbe, in fondo, ancora adesso, confessa: “ogni volta che faccio la tratta tra Chiasso e casa mia, spero sempre di non incontrare qualcuno che va verso la stazione. Perché non sono sicura che riuscirei a non fermarmi”.

Ha tentato anche mezzi legali per aiutare queste persone, "a partire dalla raccolta di ben  20'000 firme per chiedere alla Svizzera di accogliere più siriani sino a una petizione per chiedere che ogni Comune ticinese mettesse a disposizioni luoghi per queste persone. Infine, mi sono rivolta al Gran Consiglio con una mozione, ma dopo due anni non ho ancora avuto risposta."

E allora ha deciso di violare le leggi.

Non pare pentita, ripete che era inevitabile. Questo pomeriggio si prosegue.

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