ECONOMIA
Frapolli non le manda a dire, "questo Ticino con la turismofobia, schizofrenico e pieno di piccole e grandi rivalità interne"
Il direttore di Ticino Turismo sostiene che "prima si comprenderà l'importanza socioeconomica del settore turistico, più avremo chance di continuare ad alimentare i buoni risultati degli ultimi anni. Il caso Verzasca è stato emblematico di retaggi storici che pensavo superati"
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di Elia Frapolli*

“Turismo d'assalto in Verzasca, la popolazione non ci sta”, “Grazie al turismo il Ticino rifiorisce”, “Non vogliamo questi turisti”, “Turismo in Ticino: un’estate a gonfie vele”, “L’invasione non piace a tutti”.

Quelli appena elencati sono alcuni dei titoli apparsi quest’estate sui principali quotidiani e portali ticinesi. Il caso “Maldive di Milano” ha contribuito a (ri)portare a galla la mancanza, nel nostro Cantone, di una chiara identità turistica. Negli ultimi anni in più occasioni è emersa una sorta di schizofrenia: pericoli vengono percepiti sia quando i visitatori aumentano che quando diminuiscono. È come se fossimo sempre in balìa degli eventi (cosa diremo se l’anno prossimo l’estate sarà piovosa e non si vedranno più turisti in Verzasca?), costretti a subire passivamente ogni fluttuazione, perché nel nostro profondo non abbiamo ancora capito in che direzione guardare.

Eppure, un’indicazione chiara ce l’ha mostrata due anni fa lo studio sull’impatto economico del turismo in Ticino. Il settore rappresenta un grande traino per l’economia regionale: genera il 9,6% del valore del prodotto interno lordo (PIL), oltre 22’000 posti di lavoro e un indotto di oltre 2 miliardi di franchi. Cifre che tendiamo a dare per scontate, ma che altre destinazioni ci invidiano. Tanto più ci renderemo conto dell’importanza socioeconomica di questo settore, tanto maggiori saranno le chance di continuare ad alimentare i buoni risultati registrati negli ultimi due anni.

Il valore turistico di un territorio è composto da molti elementi, ognuno dei quali rappresenta un tassello del prodotto ticinese. Ogni elemento è importante sia nei processi di scelta che in quelli che determinano l’esperienza complessiva vissuta dal visitatore. Vari studi hanno dimostrato che il capitale turistico di una destinazione è formato anche da aspetti riconducibili all’identità del territorio e della popolazione che lo abitano.

L’avversione verso i turisti non è solo un fenomeno recente. Negli anni ’80 i giornali titolavano “Troppi turisti, qualità a rischio” e, sempre in quegli anni, fece molto discutere una scritta su un muro che recitava “Krauti go home”. Turismofobia - abbiamo più volte sentito usare questa parola quest’estate in relazione alle proteste di Barcellona e Venezia - in salsa nostrana. Per non parlare delle piccole, grandi, rivalità interne. Siamo il Ticino del Sopra o Sottoceneri, dell’Ambrì o del Lugano.

AlpTransit ha avuto, tra i molti meriti, quello di modificare gli equilibri interni di questo nostro Cantone. Il cantiere del secolo ha portato i riflettori del mondo sul Ticino contribuendo a risvegliare uno spirto imprenditoriale rimasto per troppo tempo sopito. Molte nuove infrastrutture turistiche sono sorte negli ultimi anni, così come nuove strutture ricettive. Un’indagine dell’Osservatorio del turismo ha dimostrato come, da parte degli imprenditori, vi sia una rinnovata voglia di investire. Stiamo, insomma, cambiando marcia e i risultati ci stanno dando ragione. Tuttavia, un episodio come quello legato ai turisti in Verzasca, ha fatto riaffiorare retaggi che si pensavamo ormai superati.

La grande sfida che ci attende, dopo aver riportato i pernottamenti nel segno del più, riguarda da vicino ognuno di noi. È giunto il momento, per la nostra destinazione, di lavorare sull’interno. Vogliamo aprirci o chiuderci all’altro? Vogliamo davvero che i visitatori aumentino? Se sì, siamo disposti ad accoglierli senza storcere il naso? Se riusciremo a riaffermare valori come l’identità turistica e la cultura dell’accoglienza, allora davvero avremo vinto la partita. 

*direttore Ticino Turismo

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