CRONACA
Oppy a 360°. "Mi arrabbio quando criticano i giovani, sono come eravamo noi. Non sono deluso per i furti"
L'autore di Apolide: "La società in cui viviamo è questa, non possiamo scandalizzarci se tagliano un salvagente. Quella volta che ho recuperato i sacchi verdi dove c'erano i cadaveri dei profughi..."

LOCARNO – Ricordate Apolide, l’installazione di Oppy De Bernardo che colorò Piazza Grande a Locarno e che poi fece tanto discutere perché una serie di buontemponi pensò bene di rubare i salvagenti, che sarebbero comunque stati donati ai bambini? Eventmore e La Mobiliare hanno omaggiato l’artista ticinese autore dell’installazione artistica Apolide con una donazione di CHF 1'000 destinata alla promozione dell’arte nelle scuole e Oppy De Bernardo terrà nelle prossime settimane degli incontri in alcune delle scuole elementari del Locarnese.

L’artista è stato intervistato sul senso della sua opera e su Apolide, a diversi mesi dall’installazione, e ci permettiamo di usarne ampi stralci. “Il mio è stato chiaramente un lavoro che voleva far riflettere su quello che sta succedendo a livello mondiale, un riferimento a profughi e migranti in fuga dai propri paesi, persone che scappano perdendo tutto, compresa la propria dignità. Le immagini che ci arrivano dai media rimbalzano continuamente sui nostri schermi mentre stiamo cenando o facendo l’aperitivo creando purtroppo distacco con quanto succede. La mia intenzione era invece quella di realizzare un’opera che le persone potessero vivere in prima persona, spingendole così a farsi delle domande”, esordisce.

Quanto accaduto poi a suo avviso non sorprende. ”Sono successe molte cose inaspettate, dai vandali, ai furti, ma questo fa parte del gioco e non sono affatto deluso, è stato semplicemente un riflesso della società in cui viviamo. Basta guardare il telegiornale per rendercene conto, non possiamo scandalizzarci se tagliano un salvagente o se lo rubano quando la società in cui viviamo è questa. Ciò dimostra che l’arte ha ancora il potere di illuminare la realtà, così com’è”.

La colpa, afferma, non è dei giovani. “Sono stato in parecchie scuole elementari a chiedere scusa per gli adulti che hanno fatto questo danno. Ancora una volta abbiamo dimostrato di aver perso un’occasione, a essere distruttivi non sono certo i bambini. Mi arrabbio moltissimo quanto sento criticare i ragazzi di oggi, non sono certo diversi da come eravamo noi. Se ai miei tempi avessi avuto un telefonino avrei fatto esattamente quello che fanno loro. I ragazzi sono sempre gli stessi, è la società e siamo noi adulti che diamo dei modelli sbagliati, loro assimilano semplicemente quello che c’è attorno, sono come delle spugne. Se entro in aula e li tratto male in quale modo cresceranno? È inoltre a scuola che devono poter sbagliare, una volta fuori la società non ci permette più errori, a scuola possono ancora correggersi e capire dove sbagliano. I ragazzi sono delle risorse fantastiche e sono il nostro futuro, purtroppo spesso non ce ne rendiamo conto e ne parliamo male”. 

Motivi che lo rendono felice di poter operare nelle scuole, “l’arte nelle scuole ha un ruolo fondamentale, importantissimo. Insegno arti plastiche e visiva alle scuole medie di Losone, stare in mezzo ai ragazzi è un privilegio enorme. Perché volevo regalare i salvagenti? Sono del parere che un bambino che cresce contento sarà un adulto diverso, sereno, che avrà una visione diversa sulle persone in difficoltà”.

Le sue opere però vogliono anche far riflettere. Apolide, dice, è stata la più banale delle sue realizzazioni, dei semplici gonfiabili, ma per esempio cita Souvenir from Lampedusa” è un progetto che ho realizzato per una mostra collettiva organizzata a Rijeka in Croazia sul tema dell’immigrazione e del razzismo. Tra i partecipanti c’erano diversi artisti di spicco, per questo motivo ho deciso di creare qualcosa di emotivamente molto forte. Ancora una volta ho pensato alle immagini che ci arrivano quotidianamente dal Mediterraneo, corpi senza vita avvolti in dei sacchi verdi e ammassati per terra. Ho recuperato questi contenitori di cadaveri e li ho trasformati in vestiti formando una famiglia composta da una mamma, un papà,una bambina e un neonato. Il senso della mia opera era che queste persone lasciano tutto quello che possiedono nel loro paese, compresi i vestiti, sperando in una vita migliore. Molti però purtroppo non ce la fanno e l’unico vestito che si trovano addosso e che mette fine ai loro sogni è un sacco di plastica verde”. L’immigrazione è sempre presente, quindi, non solo in Apolide.

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